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Sono le otto
I. Sono le otto e le ombre si sgranchiscono dalle cose con spavento ed urlo dei bambini rimasti nei giardini di lampioni e di quelli che cominciano appena a mollare le rotelle delle biciclette. Sono le otto ed il quartiere, che si tocca al suo interno per le finestre aperte, rintocca del tg che inizia, dei titoli, della musichetta grande intere famiglie. II. I tuoi tre figli conoscono tutti gli immagini jingle della televisione; canticchiarli è da grandi: da loro i suoni escono carponi, ripetuti come un insegnamento ed un po’ risorti. III. Sono le otto e la città estiva lascia sfuriare l’ultimo traffico; così la stanza nelle sue viscere, la luce: escono ora impietosi i fratelli e le sorelle maggiori con la bruttezza dei passi veloci davanti alla sala coi genitori ed il saluto, o meno, un gesto sporto dalle facce in qualcosa. IV. Fuori, le scuole anticipano la notte mettendo luci reticenti e riservate ai loro ingressi. Ragazzi, lì davanti si ritrovano per risparmiarsi al buio che sforacchia gli abiti di pelle chiara. Dal gruppo sgombra il corpo sparpagliato d’un cane che annusa a terra, i cartoni bianchi, spiritati, della pizza. V. Qualcuno ad uno scontroso piano alto stende panni, mette un unico sventolìo sul nitore di tutto il palazzo: a guardarlo, così poco gesticolato, il cielo sembra non avere altro che la sera.
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Stefano Aldeni
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