Giovanni Schiavo Campo - Uno Tutto

 

 

       

Vuoto di inesistenza, pienezza di tutto: solo espressioni appartenenti alla schiatta dei servitori della parola. Tolti gli attributi rimane l’indifferenziato. L’indifferenziato, privato di tutto il resto, resta l’Uno, indifferenziato rispetto a tutto, come sussistesse malgrado tutto ciò di cui si può spogliarlo. Se l’Uno fosse il Nulla non sarebbe ugualmente tutto?

Poiché il Nulla, essendo uguale al circolo, è come il simbolo della totalità. Ma il Nulla non aggiunge comunque nulla all’Uno. All’Uno non manca la totalità; a maggior ragione ciò che è meno del totale come potrebbe aggiungergli o sottrarre qualcosa?

Uno, Totalità, Eternità dell’infinito temporale: anche se in relazione questi termini non paiono avere bisogno l’uno dell’altro per sussistere.

L’Uno è come il Signore perché è del tutto indifferente tanto alla totalità che all’eternità. Infatti, aggiungendovi la totalità non gli si aggiungerebbe nulla. Aggiungendovi l’infinità gli si aggiungerebbe l’intera serie numerica; e quando così fosse dell’Uno non rimarrebbe traccia se non come un numero tra gli altri.

Totalità è come la figura dell’infinito temporale che vi si espone; ma il tempo vi balza fuori dalla concentrazione dell’istante. Dunque è solo la figura dell’Eternità: figura del tempo.

L’Eternità dell’infinito temporale non è totalità, poiché presuppone sviluppo, successione e ordinamento dall’inizio alla fine della serie.

Ciò che si può esprimerne è tutt’al più una congerie di momenti coesistenti. Come mai presentandosi uno solo di questi eventi, altri vi si accompagnano come per intima relazione? Li si trae da qualche parte dove sono preesistenti; o dalla nostra stessa mente? O tutto ciò non è che un effetto? Un mondo si apre, un altro si chiude, come si sfogliano le pagine di un libro; e l’uno conserva la certezza dell’altro come si ricorda un sogno. Dov’è la coerenza? A un sogno si chiede forse di essere coerente? Forse, solo a conclusione della serie, a poterla abbracciare per intero, si arriverebbe a coglierne la concatenazione. Ma anche allora, in fondo a tutto, si ritroverebbe l’Uno; e l’infinito rimarrebbe senza altra cognizione all’infuori dell’Uno.

Infatti, non si parla ormai più di altro binomio che dell’Uno e dello Zero. Lo Zero, siccome è la totalità, è l’inapparenza dell’Uno; ma è ciò grazie a cui la figura dell’Uno appare completa.

Solo lo Zero dà all’Uno il pieno potere dell’apparenza per cui qualcosa ‘è’. L’Uno è troppo isolato, troppo astratto, per poter apparire come ‘Essere’. Lo Zero, a poterlo immaginare in relazione al sogno, si può chiamarlo il Sognatore.

L’Uno invece, nell’articolazione infinita dell’eternità temporale, si identifica piuttosto col Sogno.

Lo Zero è quanto vi è di reale dell’inapparenza dell’Uno: è l’Essere.

L’Essere è infatti tutta quanta la totalità. Tutta la Totalità appare in relazione col Sognatore che non è nessuno.

Di certo senza il Sognatore non vi sarebbe sogno; ma l’Uno rimarrebbe sempre a testimoniare la realtà di qualcosa contro l’apparenza: soltanto, senza il sogno, non si saprebbe che cosa