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Vuoto di
inesistenza, pienezza di tutto: solo espressioni appartenenti alla schiatta dei
servitori della parola. Tolti gli attributi rimane l’indifferenziato.
L’indifferenziato, privato di tutto il resto, resta l’Uno, indifferenziato
rispetto a tutto, come sussistesse malgrado tutto ciò di cui si può spogliarlo.
Se l’Uno fosse il Nulla non sarebbe ugualmente tutto?
Poiché il Nulla, essendo uguale al
circolo, è come il simbolo della totalità. Ma il Nulla non aggiunge comunque
nulla all’Uno. All’Uno non manca la totalità; a maggior ragione ciò che è meno
del totale come potrebbe aggiungergli o sottrarre qualcosa?
Uno, Totalità, Eternità dell’infinito
temporale: anche se in relazione questi termini non paiono avere bisogno l’uno
dell’altro per sussistere.
L’Uno è come il Signore perché è del
tutto indifferente tanto alla totalità che all’eternità. Infatti, aggiungendovi
la totalità non gli si aggiungerebbe nulla. Aggiungendovi l’infinità gli si
aggiungerebbe l’intera serie numerica; e quando così fosse dell’Uno non
rimarrebbe traccia se non come un numero tra gli altri.
Totalità è come la figura
dell’infinito temporale che vi si espone; ma il tempo vi balza fuori dalla
concentrazione dell’istante. Dunque è solo la figura dell’Eternità: figura del
tempo.
L’Eternità dell’infinito temporale non
è totalità, poiché presuppone sviluppo, successione e ordinamento dall’inizio
alla fine della serie.
Ciò che si può esprimerne è tutt’al
più una congerie di momenti coesistenti. Come mai presentandosi uno solo di
questi eventi, altri vi si accompagnano come per intima relazione? Li si trae
da qualche parte dove sono preesistenti; o dalla nostra stessa mente? O tutto
ciò non è che un effetto? Un mondo si apre, un altro si chiude, come si
sfogliano le pagine di un libro; e l’uno conserva la certezza dell’altro come
si ricorda un sogno. Dov’è la coerenza? A un sogno si chiede forse di essere
coerente? Forse, solo a conclusione della serie, a poterla abbracciare per
intero, si arriverebbe a coglierne la concatenazione. Ma anche allora, in fondo
a tutto, si ritroverebbe l’Uno; e l’infinito rimarrebbe senza altra cognizione
all’infuori dell’Uno.
Infatti, non si parla ormai più di
altro binomio che dell’Uno e dello Zero. Lo Zero, siccome è la totalità, è
l’inapparenza dell’Uno; ma è ciò grazie a cui la figura dell’Uno appare
completa.
Solo lo Zero dà all’Uno il pieno
potere dell’apparenza per cui qualcosa ‘è’. L’Uno è troppo isolato, troppo
astratto, per poter apparire come ‘Essere’. Lo Zero, a poterlo immaginare in
relazione al sogno, si può chiamarlo il Sognatore.
L’Uno invece, nell’articolazione
infinita dell’eternità temporale, si identifica piuttosto col Sogno.
Lo Zero è quanto vi è di reale
dell’inapparenza dell’Uno: è l’Essere.
L’Essere è infatti tutta quanta la
totalità. Tutta la Totalità appare in relazione col Sognatore che non è
nessuno.
Di certo senza il Sognatore non vi sarebbe sogno;
ma l’Uno rimarrebbe sempre a testimoniare la realtà di qualcosa contro l’apparenza:
soltanto, senza il sogno, non si saprebbe che cosa
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