| | Il
Taoismo
riconosce la priorità ontologica del suono come dato di fondo
che permea la
struttura dell’universo, accessibile alla mente aperta e
esprimibile nel
linguaggio dei colori. L’azzurro, associato per eccellenza al
cielo, si
ricollega a questa sensazione ‘mistica’ più che
l’intensità del celeste
atmosferico. Quest’idea si accorda comunque con la cosmologia
contemporanea, e
soprattutto con le rilevazioni strumentali della radiazione di fondo a
tre
gradi Kelvin diffusa nell’universo, residuo dell’esplosione
iniziale. (“Conosco
l’oscurità: più per un suono d’azzurro/che
l’attraversa…”); e tra l’altro i tre
gradi Kelvin della radiazione di fondo corrispondono anche al tre della
triade
celeste.
I due aspetti fondamentali del suono
sono: propagazione e stabilità. A quest’ultima ogni manifestazione deve la sua
persistenza nel tempo. Siccome è un suono ‘totale’ si tratta anche della
sommatoria di ogni vibrazione che compone singolarmente ciascuna delle cose,
ripercuotendosi nell’intero senza che l’una o l’altra venga mai a cessare. In
quanto totale, non solo la somma ma anche ogni singolo particolare di questa
totalità è immodificabile. La propagazione, come un principio proprio del
suono, costituisce l’immagine di un universo in divenire, che altro non è se
non un’amplificazione, trovando sponda in un’eco come se l’intero universo
fosse racchiuso all’interno di una caverna: l’immagine chiarisce anche il
carattere di finitudine, essenziale (tradizionalmente) alla manifestazione.
La dimostrazione di questa ‘eco’ è
data dalla ciclicità come aspetto di ripetizione proprio della manifestazione
nel suo corso. La manifestazione è altresì subordinata a cicli che ne ripetono
il timbro iniziale. L’amplificazione è un effetto sommatorio, per cui ad ogni
ciclo sussiste il ricordo dei cicli passati che si assomma al presente. Si crea
così una sorta di interferenza totale di tutti i cicli, presenti, passati e
futuri, fino a rispecchiare la totalità del suono che è anche immagine totale
del cosmo in tutta la sua evoluzione. Il divenire di questa evoluzione è però
in ‘nuce’ dall’inizio: perciò la possibilità di ascoltarne il ‘suono’ di fondo
si ha riportandosi a questa sorta di germinazione, ripercorrendo la scala delle
esperienze, per concentrarsi sulla propria vibrazione come qualcosa di
distinto.
Ogni essere ha infatti la sua
distinzione che lo costituisce come unico: ciascuno è come una sillaba
distintamente pronunciata all’inizio di quel grandioso ‘discorso’ che è la
creazione. Ma come nessuna sillaba da sola è la totalità di un discorso, così
nessuno esaurisce in sé l’insieme di questa totalità universale senza apprenderne
gli infiniti dettagli. Quindi, a rigore, risalire fino alla germinazione,
significa lasciarsi riassorbire (passando attraverso l’esperienza del distinto)
dalla fonte comune di tutte le cose: questa è la finalità di ogni esperienza
mistica (altro che coltivazione autistica del ‘Sé’!). Questo riassorbimento può
avere anche lo scopo di una reintegrazione successiva a una fase di
assimilazione di una somma di conoscenze, che porta a perdere traccia della
loro unificazione: conservare traccia del distinto senza perdere il senso del
globale, questo si può definire conoscenza. Massima distinzione e massima
unitarietà non si ottengono tuttavia senza precisi requisiti di metodo
nell’acquisizione.
Il suono dal principio al termine di
tutte le cose
Stando alla rappresentazione numerica
che ne hanno fornito i cinesi, i suoni dovrebbero essere cinque: tre per il
cielo e due per la terra. Si ha qui una corrispondenza tra le note della scala
pentatonica e le vocali. Si possono considerare tre vocali fondamentali e metterle
in relazione col cielo: la A, la O e la I. La A rappresenta il principio
unificante, la O è espressione della pienezza della manifestazione, la I si
ricollega all’aspirazione e quindi al principio ‘aereo’. Tutte le altre
espressioni di suono vocalico assumono un carattere misto, eterogeneo. In
particolare la E e la U sono quelle che per la loro forma aperta alludono
maggiormente alla dimensione terrestre. E’ da notare che nella notazione
musicale, i greci, utilizzando lettere dell’alfabeto, potevano disporle sia nel
senso normale di lettura, sia rovesciarle o rappresentarle orizzontali. La
scala eptatonica occidentale aggiunge due ulteriori note che trovano
corrispondenza alfabetica come dittonghi. La corrispondenza si estende inoltre
dal suono al colore, dato che in natura si ritrovano tre colori fondamentali
che danno origine a tutta la gamma cromatica: blu, giallo, rosso; quindi A,
blu; O, espressione della piena manifestazione della luce (solare), giallo; I,
rosso.
La cromatologia delle vocali nella
poesia di Rimbaud ‘Voyellles’ è tuttavia differente: “A nera, E bianca, I
rossa, U verde, O blu”. In questo caso la A allude a un indifferenziato
significativamente connotato dall’immagine della putrefazione (“noir corset
velu des mouches éclatantes”) come aspetto geminale-generativo che precede la
manifestazione. Per converso, la O, quasi in perfetta simmetria con il
principio cristiano (“Io sono l’Alfa e l’Omega”) chiude il ciclo (“O l’Oméga,
rayon violet de Ses Yeux”). La I, rossa, si identifica con la porpora e il
sangue (connessi con la dignità cardinalizia e il sacrificio), la collera,
l’amore e la penitenza: aspetti che sintetizzano l’idea di spiritualità in
relazione all’ambito sacerdotale. La E esprime condizione di regalità, perciò
di purezza raffigurata attraverso i relativi simboli: nuvole, accenno allo
spirito divino (investitura); ghiaccio, cioè imparzialità e ‘durezza’
adamantina (rettitudine e esercizio della giustizia); fiore, sublimazione
spirituale, innocenza (santificazione e beatificazione al termine della
carriera umana del regnante). La U acquisisce infine l’idea dell’alimentazione,
intesa come tutto ciò che è subordinato a dei cicli vitali, come il mare e la
vegetazione. Ma è anche l’alimentazione come cultura, cura e passione della
saggezza (“paix de ride que l’alchimie imprime aux grands fronts studieux”). La
poesia le ‘Vocali’ in questo spettro di attributi, rispecchia così anche
l’ideale di un ordinamento umano con le sue differenti qualità e categorie di
individui: sacerdoti, regnanti, ‘produttori’ nel senso più ampio (agricoltori e
pescatori; dotti e studiosi). La A sembra rappresentare tutte le attività
‘fuori casta’, associate al seppellimento dei morti e al trattamento delle
sostanze in putrefazione; la U (“Suprême Clairon plein des strideurs étranges”)
appare infine un’allusione alla categoria delle ‘arti’ che comprende
‘inventori’, artisti e artigiani.
La I, corrispondente al La della scala
musicale, è l’’arciere’: questa vocale indica infatti i successivi ‘anelli’
della scala, come fosse la freccia scagliata a infilarli a uno a uno. La I, con
la sua ‘verticalità’ è anche il piolo di congiunzione che crea la mediazione
tra cielo e terra.
La A, nota di colore ‘scuro’, è come il cielo
notturno. Questa vocale, mutuata dai fenici dal pittogramma corrispondente alla
parola ‘toro’, e per questo in seguito rovesciata, si trova infatti associata
all’idea del cielo notturno come dio-toro, ovvero del cielo che giunge come un
toro portandosi con sé la nera notte, per avvolgere la terra nel suo amplesso.
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