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Ultima: una parola che indica come ciascuno segue una propria
traiettoria. Indica proprio la traiettoria che si segue. Certa ‘ritenutezza’
nel pronunciarla. E’ qui che si vorrebbe dire come la traiettoria della parola
sarebbe diversa da quella che si segue nella realtà. Così la parola rischia di
finire irretita in continue diversioni. Ma la si potrebbe trattenere, come se
la si avesse di ‘riserva’?
In che modo si potrebbe fare a meno di ‘giocare’ con le sue
possibilità?
Ovvero, di giocare quella carta che è, appunto, l’ultima rimasta,
volendo giocarla come se fosse soltanto una delle tante distribuite nel corso
del gioco?
Dovendo giocare dalla fine al principio il gioco,
si saprebbero soltanto alla fine le carte distribuite, cioè si avrebbe la
situazione del vantaggio nella configurazione in mano al giocatore. Questo
sembra il modo in genere di rendersi conto delle ‘ragioni’: a partita conclusa.
La situazione è impari in questo senso: che io gioco una carta come conseguenza
– senza saperlo – di una carta che in realtà non ho giocato e solo dopo averla
giocata mi accorgo che ne è la conseguenza. La spiegazione di un fatto è così,
spesso, un ‘gioco cieco’ in cui io esprimo le mie ragioni come conseguenza di
una situazione iniziale che mi diviene chiara all’ultimo. Il discorso è appunto
la situazione da cui prende avvio l’esposizione delle parole, ma io ne conosco
l’effetto soltanto dopo averle pronunciate e udite: tutte conseguenze di un
qualche evento che ancora non si è prodotto. C’è la costruzione di cui
rintraccio le articolazioni per darle uno splendore iniziale.
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