Pochi
artisti dopo la seconda guerra mondiale rimangono fedeli ai
linguaggi riconosciuti, poiché, a monte di
problematiche formali risulta ormai difficile rapportarsi,
positivamente o
conflittualmente, a un’idea di società o di
collettività,
frantumata ormai l’unità tra Io e Mondo.
Il
problema, quindi, è al di sopra della scelta tra concretismo
e realismo e si
manifesta con l’ossessionante attenzione che si riscontra sia
in Europa che
negli Stati Uniti per il rapporto, fluido e a doppio senso, tra
l’interiorità
dell’individuo e il mondo inteso come totalità del
reale capace di interagire
emotivamente con il soggetto. Non c’è
autoreferenzialità: l’artista si lascia
suggestionare dal contesto e dall’ambiente, per poi invaderlo.
Negli
Stati Uniti Jackson Pollock, sul finire degli anni Quaranta, inizia a
realizzare una serie di vaste tele. E’ un’arte non
rappresentativa, di una
comunicatività immediata per la prepotenza con cui si impone
alla vista.
L’energia del gesto pittorico e le ampie dimensioni
determinano opere di grande
impatto visivo che proiettano nell’ambiente ciò
che prima veniva rappresentato
‘al di là’ del diaframma costituito
dalla superficie del quadro. La tecnica del
dripping comincia già, per qualche aspetto, a gettare le
premesse del
coinvolgimento ambientale: l’artista crea le sue opere
appoggiando le tele per
terra e muovendosi intorno ad esse per far gocciolare il colore,
camminandoci
sopra, ‘entrando’ nel quadro. Questa dimensione di
coinvolgimento fisico non
raggiunge ancora lo spettatore, ma già risulta determinante
l’eliminazione di
qualsiasi punto di vista privilegiato, dei tradizionali
‘sopra’ e ‘sotto’.
L’opera si proietta sullo spazio espositivo, estende
all’esterno la sua
suggestione, ma custodisce ancora gelosamente dentro di sé
il suo significato.
Il
passo successivo viene fatto da Lucio Fontana, in questi stessi anni,
con la
realizzazione di veri e propri ‘ambienti’. Sono il
segno dell’emergere di una
sensibilità diversa nei confronti dello spazio, che fino
agli anni Quaranta
rimaneva legata a una rigida rappresentazione a tre dimensioni, certa
della
suddivisione nelle unità fondamentali del punto, della
linea, della superficie
e che mai si era avventurata al di là delle teorie
anti-euclidee: uno spazio
che ancora era organizzato secondo le esigenze funzionali e razionali
del
passato, la cui origine può essere individuata nella
sensibilità del
Rinascimento italiano.
Tutti
gli ambienti di Lucio Fontana - dal primo presentato alla Galleria del
Naviglio
nel ’49 fino alla Documenta di Kassel del 1968 - sono spazi
indefiniti e vaghi,
perché privati della luce o perché rivestiti di
colori primari uniformi che
appiattiscono ogni irregolarità e annullano ombre
e limiti architettonici. Sono spazi che si
realizzano pienamente solo con l’interazione di un visitatore
che allo spazio
apporti gli altri elementi fondamentali del movimento e del
subcosciente,
ossia del tempo. Spogliando l’ambiente di qualsiasi elemento
di
distrazione il fruitore è costretto a concentrarsi su se
stesso, sulla propria
interiorità, a isolarsi dal contesto. Non è una
suggestione metafisica, ma uno
spazio reale che ritrova le sue condizioni di materia fluida e continua.
Una
concezione analoga si può ritrovare qualche anno
più tardi nei lavori di John
Cage. Nel 1952, al Black Mountain College, in occasione di un happening
di
teatro, danza, arte, musica e poesia, altera lo spazio della
rappresentazione
in modo del tutto alogico e svincolato da ogni convenzione
rappresentativa e
prospettica. La stanza viene suddivisa in quattro porzioni triangolari,
lasciando percorribili il perimetro e le diagonali di suddivisione. Gli
spettatori assistevano, quindi, a una rappresentazione frammentata in
modo
imprevedibile, senza alcuna gerarchia o nucleo privilegiato che si
svolgeva in
uno spazio libero da logiche predeterminate.
Tali
ricerche risultano fondamentali per determinare la nuova
sensibilità del
dopoguerra che non si limita a definire una nuova teoria
rappresentativa;
l’intuizione che permette una svolta reale è
contenuta nella definizione
“ricerca ambientale”: in essa ciò che
viene aggiunto al concetto di spazio
è l’elemento determinante
dell’esperienza fisica, della percezione.
L’ambiente
è lo spazio dell’uomo, il limite della pura
speculazione intellettuale
viene scavalcato e il momento esperienziale diventa una parte
importante della
ricerca artistica.
La
centralità della questione ambientale si ritrova anche alla
base delle
intuizioni di un interessante movimento culturale degli anni Cinquanta:
l’Internationale Situationiste, formatosi
nel ’57 dai resti dell’Internazionale
Lettriste - da cui provengono Gil Wolman e Guy Debord - e da alcuni
artisti
del gruppo Cobra - come Asger Jorn e Constant - ai quali si aggiunge
l’italiano
Pinot Gallizio. Partendo dai concetti fondamentali emersi dagli studi
di
psico-geografia i Situazionisti cominciano a delineare la pratica della
dérive,
definita come un percorso consapevolmente casuale attraverso diverse
zone di
una città. In una città ancora ideale costruita
secondo i principi dell’Urbanisme
Unitaire da essi sostenuto, l’itinerario attraverserebbe
diversi quartieri
progettati con ‘personalità’ differenti
a seconda della loro destinazione
funzionale. La dérive prevede un percorso condizionato da
suggestioni
atmosferiche: dopo un momento di profondo disorientamento il tragitto
ha il
fine di suscitare una maggiore coscienza di sé e di condurre
alla liberazione
dalle convenzioni sociali e dalle inibizioni. In mancanza di
città
‘situazioniste’ l’esperienza è
riproducibile anche in quelle reali.

Asgern Jorn e Pinot Gallizio
Lo
spazio reale e quotidiano si trasforma in una trappola del desiderio e
la
passeggiata diventa uno spreco gioioso e consapevole di ciò
che
è normalmente
considerato il “tempo utile”. L’obiettivo
si propone
di guardare ad una
quotidianità eterogenea, vitale, gioiosa, istintiva.
Fondamentale, quindi, è
anche il gioco che i Situazionisti riprendono dalle pratiche collettive
dei
Surrealisti: “de l’analogie”,
“des
définitions”, “de l’un dans
l’autre”. Lo
scopo in questo caso è quello di mostrare il limite e
l’inadeguatezza delle
nozioni che designano e organizzano una realtà che
è
invece una tessitura
complessa, ricca di sovrapposizioni, sottoinsiemi e sconfinamenti. I
meccanismi
di associazione e analogia emergono più chiaramente e
svelano
anche la
struttura della metafora. Portando alle estreme conseguenze questo
percorso
apparentemente innocuo, quindi estendendo il concetto di nozione per
arrivare a
quello di simbolo, si riescono a individuare i meccanismi originari dei
riti
sociali, fondanti i nostri rapporti con
‘l’altro’ e
con la realtà esterna.
Con
l’associazione di dérive e gioco si ottiene una
situazione
costruita. La ricerca degli artisti deve condurre, secondo i
Situazionisti,
alla creazione di un ambiente unitario. L’arte non
è più rappresentazione, ma
stimolo all’azione. Il lavoro dell’artista non si
conclude con la produzione di
un oggetto da contemplare, ma acquista un vero significato solo nel
momento in
cui entra in contatto con il pubblico e ne modifica
l’esistenza, facendo
riemergere l’impulsività e la
creatività represse dalla società e dalla cultura
occidentale.

Piero
Manzoni - opera vivente -1961
Vicini
e inevitabilmente influenzati da questo ambiente, Yves Klein e Piero
Manzoni,
ridimensionano l’aspetto più politico e sociale
della ‘polemica’ situazionista
per concentrarsi su creazioni estetiche puramente noetiche e
immateriali.

Piero Manzoni linee 1959
Nel
1958 Yves Klein realizza alla Galleria Iris Clert di Parigi Il Vuoto.
La Galleria non conteneva
alcuna opera d’arte, spogliata di qualsiasi oggetto e
interamente ridipinta di
bianco. Riprendendo la pura sensibilità estetica di Malevič,
Klein non
vuole porre l’accento sullo spazio architettonico, ma
annullarne il senso di
definitezza per far emergere lo stato pittorico. Questo stato
pittorico sensibile o clima pittorico è la caratteristica
qualificante ogni opera d’arte, e l’artista
francese, non fa altro che isolare
e diffondere questa emanazione, depurandola di ogni elemento superfluo,
sfruttando esclusivamente il potere suggestivo e rituale dello spazio
dell’arte, definito dai limiti architettonici della galleria.
Questa
sensazione di contatto con la sensibilità estetica
dell’artista avviene anche
in assenza dell’opera d’arte, poiché si
tratta di una predisposizione
psico-fisica ormai rituale all’interno di una galleria o di
un museo, di una
tensione spirituale verso una profonda dimensione estetica. Il solo
fatto di
catalizzare l’attenzione su questo meccanismo psicologico
rende evidente sia la
purezza del concetto assoluto di arte come essenza intellettuale
autonoma, sia
il ruolo determinante del contesto espositivo nella predisposizione di
un’atmosfera che rende lo spettatore sensibile e ricettivo.
In
questi stessi anni Piero Manzoni porta avanti con mezzi analoghi una
serie di
ricerche e iniziative concentrate su problematiche più
strettamente inerenti lo
spazio. Nel 1959 realizzando le Linee, tracciati dipinti su strisce di
stoffa di varia lunghezza, riprende una delle unità
fondamentali
con cui l’uomo
razionalizza e rappresenta visivamente lo spazio. Esponendole
arrotolate
all’interno di scatole o tracciandole come perimetro chiuso e
continuo lungo i
muri della galleria, le linee di Manzoni perdono la rigidità
della
rappresentazione euclidea e diventano il punto di partenza per la
costruzione
puramente metafisica di uno spazio infinito e fluido, possibile solo
nella
dimensione dell’intuizione estetica. In questo stesso anno
l’artista milanese
aveva fondato, insieme a Enrico Castellani, la rivista Azimuth. Ne
usciranno solo due numeri - tra il ’59 e il ’60
- ma
anche in questo breve spazio di tempo i
due artisti riescono ad animare un vivace dibattito sulle nuove
ricerche
artistiche e sul rapporto arte-spazio, coinvolgendo critici e artisti.
Nel
primo numero, uscito nel 1959, sono pubblicati due articoli di
particolare
rilevanza ai fini dell’analisi: uno di Guido Ballo sulle
ricerche
spaziali di
Fontana, l’altro di Yoshiaki Tono, Spazio vuoto e spazio
pieno.
In
quest’ultimo Tono riconsidera la spazialità
occidentale,
caratterizzata da
un’estrema rigidezza e razionalità, ancora di
ascendenza
rinascimentale e da un
costante horror vacui, e li confronta con la diversa concezione
orientale in cui il vuoto acquista il diritto a un’esistenza
autonoma e
positiva. Per questo motivo nell’arte dell’Oriente
tradizionale lo spazio vuoto
non è mai nascosto o “riempito”, ma
è
elemento generativo e sorgente di
energia. Questa risorsa è stata solo recentemente riscoperta
da
alcuni artisti,
tra i quali Tono cita gli Statunitensi Sam Francis e Franz Kline (e ai
quali
verrebbe spontaneo aggiungere almeno Yves Kline). Il secondo numero
della
rivista esce nel 1960. Esso si concentra esclusivamente sul tema delle
nuove
ricerche, libere da limiti materici e linguistici. Udo Kultermann in
Una
nuova concezione di pittura, afferma: “Non si cerca
più di
produrre arte,
ma di trasformare la realtà. […] Meta prima
dell’artista è dunque la mobilità
del quadro, che si sprigiona dal quadro[…], che aiuta a
creare
uno spazio in
cui l’osservatore penetra”. Lo stesso Piero
Manzoni, in
Libera dimensione,
approfondisce la nozione di linea che già lo aveva
incuriosito
l’anno
precedente: “...una linea si può solo tracciarla,
lunghissima, all’infinito, al
di fuori di ogni problema di composizione o di dimensione; nello spazio
totale
non esistono dimensioni...”. Nello stesso testo
l’artista
descrive il senso di
necessità che lo ha spinto oltre i limiti fisici del quadro
e
dell’oggetto
artistico: “...il quadro è finito; una superficie
di
illimitate possibilità è
ora ridotta a una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi
colori
innaturali, significati artificiali. Perché invece non
vuotare
questo
recipiente? Perché non liberare questa superficie?
Perché
non cercare di
scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce
pura e
assoluta?”. Questo dibattito è centrale anche
nell’opera di Castellani che a
partire dal ’58 crea la serie delle tele monocrome
estroflesse.
Anche qui
ritroviamo, come in Yves Klein, una tendenza alla semplicità
assoluta, quasi
alla nudità e un coinvolgimento di tutto lo spazio
espositivo.
La scelta di una
stesura uniforme e monocroma di colori primari su una tela animata
plasticamente in forme semplici e ripetitive crea un clima sospeso e
indefinito, quasi spirituale, legato inscindibilmente al tempo e
specchio di
una dimensione interiore.
Gli
anni Sessanta vedono la nascita del Gruppo T in consonanza con tutto il
contesto artistico europeo che vede diffondersi a macchia
d’olio le
sperimentazioni di tipo cinetico e programmato. Gli animatori del
gruppo,
riprendendo la fiducia e anche l’entusiasmo per le nuove
tecnologie che già
aveva animato gli Spazialisti, realizzano nel corso di tutti gli anni
Sessanta
numerosi ambienti. Soprattutto per quanto riguarda le realizzazioni di
Anceschi
e Colombo la strumentazione tecnico-elettronica (fari, neon, semplici
macchine
cinetiche) viene utilizzata per realizzare ambienti circoscritti che
ignorano,
confondono oppure deformano la percezione di uno spazio rigidamente
organizzato
secondo la scatola prospettica di ascendenza rinascimentale.
L’obiettivo dei
due artisti è il disorientamento percettivo. La vista torna
ad essere soltanto
uno dei diversi sistemi sensoriali di cui è dotato
l’uomo. Si sente
l’impellenza di tornare ad una situazione primitiva
nell’uso dei sensi, nella
percezione dell’ambiente, e di conseguenza nella visione
dello spazio che torna
ad essere uno spazio-tempo. Recuperare la quarta dimensione significa
tornare a
uno spazio pre-umanizzato. E’ un legame, una
continuità, visibile nel movimento
e nell’instabilità di ogni punto di riferimento.

Gianni
Colombo - Topoestesia - 1977
Gianni
Colombo è l’esponente che si avvicinerà
maggiormente alla environmental art.
Sostituisce, infatti, la tecnologia con la creazione di ambienti
deformati,
basandosi sui dislivelli dei piani e la compenetrazione dei volumi
spaziali.
Nel
1967 Giuseppe Marchiori organizza a Foligno la mostra Lo spazio
dell’immagine che può essere considerata una prima
consacrazione di queste
ricerche e nella quale trovano visibilità
l’interpretazione dell’arte cinetico
visuale (ambienti di Colombo, Boriani, De Vecchi, del Gruppo MID e del
Gruppo
N), l’indirizzo che discende dalle ricerche di Lucio Fontana
(Castellani,
Bonalumi e Scheggi), quello di artisti più oggettuali
(Ceroli,, Festa ,
Gilardi, Marotta, Mattiacci, Notari, Pascali) o concentrati su ricerche
di
impronta più immateriale (Fabro, Pistoletto).
Il
finire del decennio vede anche il diffondersi della minimal art,
corrente che fin dall’inizio si dimostra particolarmente
sensibile alle
problematiche spaziali. Le realizzazioni ambientali di questi artisti
(Flavin,
Andre, Le Witt, Serra, Judd) sono numerose e si basano su una
concezione
estremamente razionale dello spazio che viene ridotto ai suoi termini
minimi,
alle sue unità geometriche fondamentali, quali si possono
ottenere con
schematizzazioni dello scheletro architettonico o tramite astrazioni
mentali.
Una
tendenza particolarmente interessante del movimento si sviluppa in
California
grazie ad artisti come Asher, Irwin, Turrel, Wheleer, Naumann e
Nordman. La
caoticità, il sovraffollarsi di immagini, rumori, musica e
slogan a cui è
arrivata la società occidentale alle soglie degli anni
Settanta e in
particolare il contesto in cui sono attivi questi artisti, la
città di Los
Angeles, provocano in loro una forte reazione atta a creare spazi in
cui l’uomo
abbia la possibilità di ritrovarsi solo con se stesso.
Questi artisti si
muovono in una direzione opposta e complementare rispetto agli altri
rappresentanti della Minimal art e realizzano ambienti che non solo
ignorano, ma tentano di occultare la struttura architettonica;
solitamente sono
spazi progettati e costruiti ex novo, in cui gli angoli sono smussati,
le pareti bianche e indefinite. Ogni ostacolo visivo o risposta sonora
(si
cerca di creare spazi anecoici) viene eliminato o attutito in modo da
escludere
una precisa percezione delle distanze, dei limiti e delle proporzioni.
Il
visitatore si ritrova in confronto con la propria
interiorità, ma soprattutto
con il proprio corpo. E’ costretto allo sforzo di ascoltarsi
per percepire
nuovamente stimoli sensoriali assolutamente elementari e normalmente
oscurati.
Uomo e spazio sono un tutt’uno, fusi nel momento
esperienziale. Lo spazio non
ha un’identità propria, ma acquista un senso in
relazione al modo in cui viene
percepito. A sua volta il visitatore acquista consapevolezza del
proprio
sentire e della sua presenza nel mondo grazie al dialogo con lo spazio.

Bruce
Nauman, Self-Portrait as a Fountain from Eleven Color Photographs 1966
-1970

James
Turrell - ambiente
Tutte
le ricerche sono accomunate dall’inedita attenzione nei
confronti della fase di
fruizione. Lo spettatore non deve più contemplare
passivamente il lavoro
dell’artista; il fatto stesso di ‘essere
inglobato’ nello spazio dell’arte
implica la necessità di un coinvolgimento fisico non
più solo metaforico. Le
ricerche spaziali fin qui trattate sono, infatti, solo una delle tante
modalità
con cui la nuova generazione di artisti cerca di abbattere
l’antica e radicata
distinzione tra opera d’arte e spettatore passivo.
L’arte non è più un oggetto
autosufficiente e in sé conchiuso, ma è
un’azione in divenire, nella quale il
ruolo dello spettatore è attivo, indispensabile per la
compiutezza dell’operare
artistico. Lo scopo è quello di ottenere un totale
coinvolgimento che
rivoluzioni realmente il rapporto con il mondo esterno e con se stessi,
ossia
con il proprio corpo, che ha quindi, nella maggior parte dei casi e
soprattutto
in Europa, finalità sociali e politiche.
Se
fino agli anni Cinquanta l’artista risultava per definizione
dotato di
sensibilità e capacità eccezionali, ora rifiuta
questo ruolo elitario per farsi
promotore di comportamenti sociali differenti, per provare a suscitare
rapporti
liberi da schemi e convenzioni.
L’arte
della prima metà del secolo, per quanto possa rivelare una
potente componente
di energia conturbante rimane sempre una formulazione mentale,
né intacca la
posizione, sovente pre-giudiziale, dello spettatore.
Prima
della bufera dadaista, inoltre, le arti visive utilizzano quei pochi
mezzi di
comunicazione - pittura, scultura, scrittura - che permettono una
conservazione
permanente del pensiero, la cui necessità ha costituito un
limite, poiché
l’espressione di tutte le sensazioni, i sentimenti, le
emozioni che esulano
dalla sfera visiva è stata tradotta simbolicamente per mezzo
di segni grafici -
forme e colori - quindi svilendo e snaturando quella parte di
realtà vissuta
che è estranea agli ambiti del razionale e del visuale.
A
partire dagli anni Sessanta l’arte cerca di tornare a una
condizione
pre-culturale e con le ricerche ambientali, ma non solo, recupera la
componente
sensuale e comportamentale. La realtà quotidiana diviene il
punto di partenza
della cosiddetta “estetica diffusa”: la sfera
sensoriale viene indagata,
sfruttata e trasmessa al fine di recuperarne i caratteri originari,
autentici,
non snaturata da linguaggi ad essa estranei e priva di qualsiasi
idealizzazione. Viene proposto un sentire più umano e
completo, quindi più
autentico, finalmente salvato dalla dimensione
dell’illusorietà. Per queste
ragioni le ricerche in ambito spaziale e comportamentistico
acquisiscono una
diffusione così rapida.
Gli
obiettivi comuni delle ricerche possiedono sovente un carattere
esplicitamente
politico e coinvolgono nello specifico la conoscenza di sé,
del proprio corpo o
della propria interiorità, oltre che una diversa
consapevolezza del rapporto
con l’altro da sé.
Questo
tipo di sperimentazioni, inoltre, coerenti anche con il contesto degli
anni
Sessanta, dove la presa di posizione socio-politica diventa
ineludibile, non
comportano la produzione di oggetti trasportabili e commerciabili e
trovano in
questa volatilità un’occasione in più
per prendere le distanze dalla dilagante
società dei consumi.