Sergio Lagrotteria - Arginare l'oblio

 

 

       

 

Il tempo scorre inesorabilmente per tutti e ci consegna alla morte. E con la sua consueta e pungente ironia Lichtenberg ci ricorda che una tomba è pur sempre la miglior fortezza contro gli assalti del destino. Tuttavia, che cosa rimane di noi? delle nostre vite, trascorse sostanzialmente nell'anonimato? E' questa la domanda fondamentale che ci ha posto Christian Boltanski nella sua mostra "Ultime notizie" tenutasi al PAC di Milano lo scorso anno.

 

E' stata una mostra incentrata sui temi del trascorrere del tempo, della memoria e della morte.

Boltanski, nato a Parigi nel 1944, dopo aver abbandonato la pittura verso la fine degli anni Sessanta, ha scelto la strada dell'arte concettuale con implicazioni ambientali impiegando nelle sue installazioni gli oggetti non per se stessi o per la loro forma, ma per la loro segreta capacità di evocare persone o avvenimenti passati, strappandoli così all'oblio, alla dimenticanza.

Al PAC così ci siamo trovati di fronte a volti di sconosciuti, figure sbiadite, fotografie e mescolanze di luci ed ombre attraverso le quali riaffiorano le storie di persone anonime, di vite qualsiasi, oltre che di Boltanski stesso, calate in un clima irreale, sospeso tra la vita e la morte, che esprime con lucida consapevolezza la provvisorietà del nostro percorso esistenziale.

 

Ogni istante della nostra vita vissuta si trasforma immediatamente in un momento passato e la velocità e facilità con cui dimentichiamo diventa il vero problema del genere umano.

Les abonnès du télèphone, era l’opera d’apertura della mostra: 2.639 gli elenchi telefonici da sfogliare e consultare, un piccolo mondo, una geografia molto sui generis entro cui cercare nomi familiari e far rivivere memorie. Collezionati nel corso degli ultimi dieci anni sono stati sistemati in una libreria, con panche e tavoli per la consultazione.

In questo caso, Boltanski ha selezionato, conservato e catalogato, proprio con lo spirito meticoloso di archivista.

Altrove ha puntato molto sulla fotografia, elemento costante nelle sue installazioni, come ad esempio in Entre temps, una serie di sette fotografie, che mostrano l'artista tra i 7 e i 58 anni e che si sovrappongono in dissolvenza incrociata, evocando l'evoluzione della vita e la trasformazione del corpo; in Contacts, otto teche contenenti piccole fotografie di Boltanski stesso, di persone da lui incontrate e di qualche oggetto feticcio. O infine in Les portants, dove, fissate su porta-abiti, fotografie prese dal giornale sensazionalistico francese " Détective" ritraggono mischiate vittime e assassini. Qui la volontà di salvare dall’oblio ha un risvolto tragico e inquietante: rievocare le vittime di una violenza comporta il salvare dall’oblio anche i carnefici cui sono drammaticamente associati. È una memoria tragicamente duale, impregnata di pietà e orrore, soprattutto quando sono coinvolti i bambini.

Logicamente collegato al tema della memoria è lo scorrere inesorabile del tempo, puntualmente attestato dalla voce di Horloge parlante, che, secondo dopo secondo, indicava l'ora.

In un'altra opera 6 septembres, Boltanski ha invece registrato e proiettato tutte le notizie del telegiornale trasmesse nel giorno del suo compleanno, il 6 di settembre appunto, dall'anno di nascita sino ad oggi. Tali notizie scorrevano a una velocità accelerata, pertanto in meno di cinque minuti era possibile "visionare" sessant'anni di storia: una vera e propria enciclopedia visiva, molto personale e di difficile consultazione.  

Passando al tema della scomparsa, della morte, troneggiava lapidaria la scritta "Tot" ('morto' in tedesco) riportata su una parete per mezzo di lampadine luminose, quasi fosse un lucernario.

Era poi possibile riflettersi negli specchi scuri di diverse dimensioni, posti in un antro quasi buio, delle Images noires, mentre voci bisbiglianti nomi richiamavano l'attenzione del visitatore. Le Images sono un’opera molto intrigante che fa pensare al mondo oscuro dell'oltretomba che ci attende in cui sarà impossibile vedere e vedersi: saremo davvero letteralmente l'ombra di noi stessi. I contorni del nostro viso allo specchio appaiono molto vaghi e incerti e acquistiamo in qualche modo consistenza solo se qualcuno (i morti o chissà quali entità) ci chiama per nome che rimane l'unico segno di riconoscimento, un puro suono sebbene in comune a tanti altri esseri umani. Mentre nella vita ci possiamo osservare davanti a uno specchio e cogliere i cambiamenti che il tempo imprime sul nostro corpo. Nella morte ciò non è concesso. Qui il tempo non scorre più.  

Al primo piano del PAC, vi erano le scarne lapidi di Mes Morts con indicate le date di nascita e morte di persone care a Boltanski: la vita viene mestamente ridotta a un trattino tra due date. Più in là, l'installazione Coeur poneva fine alla mostra: in una sorta di scatola buia una lampadina trasmette, a intermittenza, i battiti del cuore dell'artista.

Una forte carica di silenzio crea un'atmosfera solenne, in cui l'evocazione della vita si intreccia quella della morte, che diventa nuda protagonista.

Una mostra dunque di grande impatto: la trasparenza dei volti sui fogli di acetato, la labilità delle immagini, un'atmosfera fatta di tenui luci artificiali e di colori scuri bene colgono e rappresentano la labilità della vita e del ricordo, inducendo senza compiacimenti alla riflessione e al raccoglimento, vista la tendenza della nostra società ad esorcizzare la morte.

Ogni opera genera la sensazione del passaggio, della precarietà  effimera della vita, lasciando irrisolta la domanda sul senso della nostra presenza nel mondo.  

 

Un interesse analogo per tali tematiche lo troviamo nello scrittore serbo-croato Danilo Kis (1935-1990), in modo particolare nel suo racconto L'enciclopedia dei morti, pubblicato per la prima volta a Belgrado nel 1981 sulla rivista "Knjizevnost". 

Stando alla narrazione, L'enciclopedia dei morti sarebbe una celebre opera iniziata poco prima del 1789 e costituita da migliaia di volumi, dove sono riportate solo le voci riguardanti persone che non sono presenti in altre enciclopedie, ossia la folla immensa degli ignoti, le cui vite sono state trascritte in "un'incredibile amalgama di concisione enciclopedica e di eloquenza biblica".

Ebbene, questo racconto, pur essendo opera di fantasia, possiede sorprendenti agganci col mondo reale: infatti, nei pressi di Salt Lake City, nello stato dello Utah, all'interno di gallerie scavate nella roccia, sono conservate dai mormoni i dati di più di diciotto miliardi di persone, vive e defunte.

L'obiettivo finale di questa impresa ciclopica è di catalogare su microfilm l'intero genere umano, vivente che sia o già trapassato; e tale fine si spiega con l'assunto, fondamentale per i mormoni, che la genealogia rappresenti un cardine basilare della religione. Da ciò ne consegue che qualunque mormone è in grado, grazie a quest'archivio, di far ritorno nel passato e, ripercorrendo il proprio albero genealogico, di impartire con valore retroattivo il battesimo a tutti quegli avi rimasti privi della rivelazione mormonica.
 
Ma ritorniamo al racconto, la narratrice protagonista è ancora segnata dalla recente  morte del padre Djuro M., che soffriva di un enfisema e venne a mancare a causa di un sarcoma all'intestino.

Nel corso di una visita in Svezia, ha l'occasione, una sera, di entrare nella Biblioteca Reale, dove si imbatte nella famosa Enciclopedia dei morti, migliaia di corposi volumi che raccolgono in dettaglio informazioni relative a persone decedute.

Trova la biografia di suo padre e prende appunti: cinquant'anni della sua vita a Belgrado sono riassunti in alcune fitte pagine. Oltre agli eventi principali della sua vita, nessun dettaglio appare irrilevante: "la caduta dalla bicicletta e la ferita al gomito nei dintorni di Cantavir; il viaggio di notte in un carro bestiame sulla linea Senta-Subotica; la grande bevuta con certi ingegneri russi  a Banovici; la violenta discussione con certo Petar Jancovic"; e via dicendo...

Il testo è inoltre corredato da una foto del padre e da un fiore disadorno.

Ormai non più giovane egli aveva cominciato a dipingere motivi floreali simili a quello riportato nel volume. Secondo l'Enciclopedia, il suo interesse per la pittura cresceva in parallelo con il sorgere e l'evoluzione della malattia. Infatti la storia si conclude con la narratrice che si risveglia improvvisamente e ha modo di notare come il fiore presentasse le sembianze del sarcoma che "fioriva" dentro il corpo del padre contrassegnandone definitivamente la vita.

Un sogno dunque, ma che simbolicamente e umanamente vorremmo fare tutti noi quando viviamo situazioni simili, senza tralasciare poi il fatto che secondo tante culture i morti vengono a farci visita nei sogni...

In un altro racconto (E' glorioso morire per la patria) Kis aveva scritto nel finale:"gli scrittori fantasticano. Certa è solo morte.": tale conclusione rappresenta una valida chiave di lettura per cogliere l’intensa poesia che si sprigiona nel racconto, oltre che nella sua opera complessiva.

Nel corso della narrazione, lo scrittore sottolinea ciò che rende l'Enciclopedia unica, vale a dire non solo il fatto di essere il solo esemplare esistente, ma anche il modo davvero speciale di rappresentare le relazioni, gli incontri, i paesaggi e gli innumerevoli dettagli che riempiono una vita. In essa risalta il valore, la profondità e il significato di ogni vita.

Kis dispone le sue dighe all'oblio, mostrando, attraverso la protagonista, quale sia il messaggio dell’Enciclopedia: che nulla si ripete mai nella storia degli esseri umani: ciò che a prima vista appare identico è in realtà solo simile e ogni uomo è un mondo a sé.

Il Libro dei Re, il Libro della Genesi sono racconti, inventari, elenchi di nomi, mentre quest'opera lo in è parte, poiché trovano spazio anche gli stati d’animo di ogni singolo uomo, la sua personale concezione del mondo e di Dio, i suoi dubbi, la sua etica. Inoltre, riportando tutta la ricchezza di particolari di cui è composta una vita umana, viene messo in rilievo come gli oscuri compilatori credano "nel miracolo della resurrezione biblica e attraverso questo enorme schedario non preparino altro che l'arrivo di questo momento".

Si tratta di “registrare tutto ciò che è possibile registrare su coloro che hanno compiuto il loro viaggio terreno e si sono diretti verso i sentieri dell’eternità”.

In tal modo, ognuno potrà ritrovare non solo i suoi cari, ma principalmente il suo passato dimenticato. L'Enciclopedia avrà allora assolto il compito per il quale è stata pensata: sarà insieme un immenso "tesoro di ricordi e l'unica prova della resurrezione".

Tale dimensione, va anche posta in relazione al senso e al significato dello scrivere, perché, come Kis scrive altrove con problematica speranza, “forse resteranno se anche tutto ciò dovesse essere sommerso in un diluvio universale, sì resteranno la follia e il mio sogno, come un’aurora boreale e un’eco lontana. Forse, qualcuno scorgerà il chiarore di questa aurora, forse sentirà questa eco lontana, ombra del suono di un tempo, e comprenderà il senso di quel chiarore, di quello scintillio”. 

Kis si pone su un terreno già indagato dalla filosofia, in particolare durante il Novecento (da Heidegger: l’esserci come essere-per-la-morte, in Sein und Zeit, a tanta altra riflessione di matrice esistenzialistica, ma non solo) con la differenza, nutrita di disincantata poesia, che la conservazione di nomi, volti, circostanze sia l’unica risposta (di ordine non necessariamente religioso) a quel cieco salto finale che è la morte, ovverosia possa essere l’unico ponte fra i vivi e i morti.

Vite cancellate sono unicamente quelle prive di memoria, quando non rimane nessuno che le possa ricordare: una sorta di palude definitiva che tutto ricopre. Nella morte si vive più che mai l'esperienza del legame da parte di chi muore e di chi sopravvive e dunque tocca a noi non spezzare i legami con chi ci ha preceduto.

E dunque “necessario” che qualcuno raccolga un segno sia pur piccolo della nostra esistenza? Kis, con lo strumento quotidiano e arduo della parola, ci dice di sì: è un compito umano per nulla trascurabile, è un darsi la mano tra le generazioni che forse un giorno avrà fine, ma che almeno ci renderà degni dinanzi a noi stessi. E' la sacralità della memoria.