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Il
tempo scorre
inesorabilmente per tutti e ci
consegna alla morte. E con la sua consueta e pungente ironia Lichtenberg
ci ricorda che una tomba è pur sempre la miglior fortezza contro gli
assalti del destino. Tuttavia, che cosa rimane di noi? delle nostre vite,
trascorse sostanzialmente nell'anonimato? E' questa la domanda
fondamentale che ci ha posto Christian Boltanski nella sua mostra
"Ultime notizie" tenutasi al PAC di Milano lo scorso anno.
E' stata
una mostra incentrata sui temi del trascorrere del tempo, della memoria e
della morte.
Boltanski,
nato a Parigi nel 1944, dopo aver abbandonato la pittura verso la fine
degli anni Sessanta, ha scelto la strada dell'arte concettuale con
implicazioni ambientali impiegando nelle sue installazioni gli oggetti non
per se stessi o per la loro forma, ma per la loro segreta capacità di
evocare persone o avvenimenti passati, strappandoli così all'oblio, alla
dimenticanza.
Al
PAC così ci siamo trovati di fronte a volti di sconosciuti, figure
sbiadite, fotografie e mescolanze di luci ed ombre attraverso le quali
riaffiorano le storie di persone anonime, di vite qualsiasi, oltre che di
Boltanski stesso, calate in un clima irreale, sospeso tra la vita e la
morte, che esprime con lucida consapevolezza la provvisorietà del nostro
percorso esistenziale.
Ogni
istante della nostra vita vissuta si trasforma immediatamente in un
momento passato e la velocità e facilità con cui dimentichiamo diventa
il vero problema del genere umano.

Les
abonnès du télèphone, era l’opera d’apertura della mostra: 2.639
gli elenchi telefonici da sfogliare e consultare, un piccolo mondo, una
geografia molto sui generis entro cui cercare nomi familiari e far
rivivere memorie. Collezionati nel corso degli ultimi dieci anni sono
stati sistemati in una libreria, con panche e tavoli per la consultazione.
In
questo caso, Boltanski ha selezionato, conservato e catalogato, proprio
con lo spirito meticoloso di archivista.
Altrove
ha puntato molto sulla fotografia, elemento costante nelle sue
installazioni, come ad esempio in Entre temps, una serie di sette
fotografie, che mostrano l'artista tra i 7 e i 58 anni e che si
sovrappongono in dissolvenza incrociata, evocando l'evoluzione della vita
e la trasformazione del corpo; in Contacts, otto teche contenenti piccole
fotografie di Boltanski stesso, di persone da lui incontrate e di qualche
oggetto feticcio. O infine in Les portants, dove, fissate su porta-abiti,
fotografie prese dal giornale sensazionalistico francese " Détective"
ritraggono mischiate vittime e assassini. Qui la volontà di salvare
dall’oblio ha un risvolto tragico e inquietante: rievocare le vittime di
una violenza comporta il salvare dall’oblio anche i carnefici cui sono
drammaticamente associati. È una memoria tragicamente duale, impregnata
di pietà e orrore, soprattutto quando sono coinvolti i bambini.

Logicamente collegato al tema della memoria è lo scorrere inesorabile del
tempo, puntualmente attestato dalla voce di Horloge parlante, che, secondo
dopo secondo, indicava l'ora.
In
un'altra opera 6 septembres, Boltanski ha invece registrato e proiettato
tutte le notizie del telegiornale trasmesse nel giorno del suo compleanno,
il 6 di settembre appunto, dall'anno di nascita sino ad oggi. Tali notizie
scorrevano a una velocità accelerata, pertanto in meno di cinque minuti
era possibile "visionare" sessant'anni di storia: una vera e
propria enciclopedia visiva, molto personale e di difficile consultazione.
Passando al tema della scomparsa, della morte, troneggiava lapidaria la
scritta "Tot" ('morto' in tedesco) riportata su una parete per
mezzo di lampadine luminose, quasi fosse un lucernario.
Era poi
possibile riflettersi negli specchi scuri di diverse dimensioni, posti in
un antro quasi buio, delle Images noires, mentre voci bisbiglianti nomi
richiamavano l'attenzione del visitatore. Le Images sono un’opera molto
intrigante che fa pensare al mondo oscuro dell'oltretomba che ci attende
in cui sarà impossibile vedere e vedersi: saremo davvero letteralmente
l'ombra di noi stessi. I contorni del nostro viso allo specchio appaiono
molto vaghi e incerti e acquistiamo in qualche modo consistenza solo se
qualcuno (i morti o chissà quali entità) ci chiama per nome che rimane
l'unico segno di riconoscimento, un puro suono sebbene in comune a tanti
altri esseri umani. Mentre nella vita ci possiamo osservare davanti a uno
specchio e cogliere i cambiamenti che il tempo imprime sul nostro corpo.
Nella morte ciò non è concesso. Qui il tempo non scorre più.
Al primo piano del PAC, vi erano le scarne lapidi di Mes Morts con
indicate le date di nascita e morte di persone care a Boltanski: la vita
viene mestamente ridotta a un trattino tra due date. Più in là,
l'installazione Coeur poneva fine alla mostra: in una sorta di scatola
buia una lampadina trasmette, a intermittenza, i battiti del cuore
dell'artista.
Una
forte carica di silenzio crea un'atmosfera solenne, in cui l'evocazione
della vita si intreccia quella della morte, che diventa nuda protagonista.
Una mostra dunque di grande impatto: la trasparenza dei volti sui fogli di
acetato, la labilità delle immagini, un'atmosfera fatta di tenui luci
artificiali e di colori scuri bene colgono e rappresentano la labilità
della vita e del ricordo, inducendo senza compiacimenti alla riflessione e
al raccoglimento, vista la tendenza della nostra società ad esorcizzare
la morte.
Ogni
opera genera la sensazione del passaggio, della precarietà
effimera della vita, lasciando irrisolta la domanda sul senso della
nostra presenza nel mondo.
Un
interesse analogo per tali tematiche lo troviamo nello scrittore
serbo-croato Danilo Kis (1935-1990), in modo particolare nel suo racconto
L'enciclopedia dei morti, pubblicato per la prima volta a Belgrado nel
1981 sulla rivista "Knjizevnost".
Stando
alla narrazione, L'enciclopedia dei morti sarebbe una celebre opera
iniziata poco prima del 1789 e costituita da migliaia di volumi, dove sono
riportate solo le voci riguardanti persone che non sono presenti in altre
enciclopedie, ossia la folla immensa degli ignoti, le cui vite sono state trascritte
in "un'incredibile amalgama di concisione enciclopedica e di eloquenza
biblica".
Ebbene,
questo racconto, pur essendo opera di fantasia, possiede sorprendenti agganci
col mondo reale: infatti, nei pressi di Salt Lake City, nello stato dello Utah,
all'interno di gallerie scavate nella roccia, sono conservate dai mormoni i
dati di più di diciotto miliardi di persone, vive e defunte.
L'obiettivo
finale di questa impresa ciclopica è di catalogare su microfilm l'intero genere
umano, vivente che sia o già trapassato; e tale fine si spiega con l'assunto,
fondamentale per i mormoni, che la genealogia rappresenti un cardine basilare
della religione. Da ciò ne consegue che qualunque mormone è in grado, grazie a
quest'archivio, di far ritorno nel passato e, ripercorrendo il proprio albero
genealogico, di impartire con valore retroattivo il battesimo a tutti quegli
avi rimasti privi della rivelazione mormonica. Ma
ritorniamo al racconto, la narratrice protagonista è ancora
segnata dalla recente morte del padre Djuro M., che soffriva di
un
enfisema e venne a mancare a causa di un sarcoma all'intestino.
Nel
corso di una visita in Svezia, ha l'occasione, una sera, di entrare nella
Biblioteca Reale, dove si imbatte nella famosa Enciclopedia dei morti,
migliaia di corposi volumi che raccolgono in dettaglio informazioni relative a
persone decedute.
Trova
la biografia di suo padre e prende appunti: cinquant'anni della sua vita a
Belgrado sono riassunti in alcune fitte pagine. Oltre agli eventi principali
della sua vita, nessun dettaglio appare irrilevante: "la caduta dalla
bicicletta e la ferita al gomito nei dintorni di Cantavir; il viaggio di notte
in un carro bestiame sulla linea Senta-Subotica; la grande bevuta con certi
ingegneri russi a Banovici; la violenta
discussione con certo Petar Jancovic"; e via dicendo...
Il
testo è inoltre corredato da una foto del padre e da un fiore disadorno.
Ormai
non più giovane egli aveva cominciato a dipingere motivi floreali simili a
quello riportato nel volume. Secondo l'Enciclopedia, il suo interesse
per la pittura cresceva in parallelo con il sorgere e l'evoluzione della
malattia. Infatti la storia si conclude con la narratrice che si risveglia
improvvisamente e ha modo di notare come il fiore presentasse le sembianze del
sarcoma che "fioriva" dentro il corpo del padre contrassegnandone
definitivamente la vita.
Un
sogno dunque, ma che simbolicamente e umanamente vorremmo fare tutti noi quando
viviamo situazioni simili, senza tralasciare poi il fatto che secondo tante
culture i morti vengono a farci visita nei sogni...
In
un altro racconto (E' glorioso morire per la patria) Kis aveva scritto
nel finale:"gli scrittori fantasticano. Certa è solo morte.": tale
conclusione rappresenta una valida chiave di lettura per cogliere l’intensa
poesia che si sprigiona nel racconto, oltre che nella sua opera complessiva.
Nel
corso della narrazione, lo scrittore sottolinea ciò che rende l'Enciclopedia
unica, vale a dire non solo il fatto di essere il solo esemplare esistente, ma
anche il modo davvero speciale di rappresentare le relazioni, gli incontri, i
paesaggi e gli innumerevoli dettagli che riempiono una vita. In essa risalta il
valore, la profondità e il significato di ogni vita.
Kis
dispone le sue dighe all'oblio, mostrando, attraverso la protagonista, quale
sia il messaggio dell’Enciclopedia: che nulla si ripete mai nella storia
degli esseri umani: ciò che a prima vista appare identico è in realtà solo
simile e ogni uomo è un mondo a sé.
Il Libro
dei Re, il Libro della Genesi sono racconti, inventari, elenchi di
nomi, mentre quest'opera lo in è parte, poiché trovano spazio anche gli stati
d’animo di ogni singolo uomo, la sua personale concezione del mondo e di Dio, i
suoi dubbi, la sua etica. Inoltre, riportando tutta la ricchezza di particolari
di cui è composta una vita umana, viene messo in rilievo come gli oscuri
compilatori credano "nel miracolo della resurrezione biblica e attraverso
questo enorme schedario non preparino altro che l'arrivo di questo momento".
Si
tratta di “registrare tutto ciò che è possibile registrare su coloro che hanno
compiuto il loro viaggio terreno e si sono diretti verso i sentieri
dell’eternità”.
In
tal modo, ognuno potrà ritrovare non solo i suoi cari, ma principalmente il suo
passato dimenticato. L'Enciclopedia avrà allora assolto il compito per
il quale è stata pensata: sarà insieme un immenso "tesoro di ricordi e
l'unica prova della resurrezione".
Tale
dimensione, va anche posta in relazione al senso e al significato dello
scrivere, perché, come Kis scrive altrove con problematica speranza, “forse
resteranno se anche tutto ciò dovesse essere sommerso in un diluvio universale,
sì resteranno la follia e il mio sogno, come un’aurora boreale e un’eco
lontana. Forse, qualcuno scorgerà il chiarore di questa aurora, forse sentirà
questa eco lontana, ombra del suono di un tempo, e comprenderà il senso di quel
chiarore, di quello scintillio”. Kis
si pone su un terreno già indagato dalla filosofia, in particolare durante il
Novecento (da Heidegger: l’esserci come essere-per-la-morte, in Sein und
Zeit, a tanta altra riflessione di matrice esistenzialistica, ma non solo)
con la differenza, nutrita di disincantata poesia, che la conservazione di
nomi, volti, circostanze sia l’unica risposta (di ordine non necessariamente
religioso) a quel cieco salto finale che è la morte, ovverosia possa essere
l’unico ponte fra i vivi e i morti.
Vite
cancellate sono unicamente quelle prive di memoria, quando non rimane nessuno
che le possa ricordare: una sorta di palude definitiva che tutto ricopre. Nella
morte si vive più che mai l'esperienza del legame da parte di chi muore e di
chi sopravvive e dunque tocca a noi non spezzare i legami con chi ci ha
preceduto.
E’
dunque “necessario” che qualcuno raccolga un segno sia pur piccolo della nostra
esistenza? Kis, con lo strumento quotidiano e arduo della parola, ci dice di
sì: è un compito umano per nulla trascurabile, è un darsi la mano tra le
generazioni che forse un giorno avrà fine, ma che almeno ci renderà degni dinanzi
a noi stessi. E' la sacralità della memoria.
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