|
|
KALA
Mircea
Eliade sosteneva ne Il sacro e il profano che l'uomo moderno non
sarà felice fin quando non avrà ucciso l'ultimo
dio. Senza necessariamente condividerla, con tale affermazione
individuava una tendenza dell’epoca moderna che oggi appare
ampiamente diffusa. Ed un luogo, se è lecito chiamarlo tale,
dove la presenza del divino e del sacro è ancora
profondamente viva, sebbene intaccata dalla modernizzazione industriale
e tecnologica, è l’India.

Per
esprimersi sugli uomini, è opportuno condividerne la vita e
i pensieri.
Già
nel 1955 il grande antropologo Claude Levi-Strauss, a proposito
dell’India, scriveva con esemplare distacco in Tristi
Tropici:
" Sia
che si tratti delle
città mummificate del Mondo Antico, che delle
città in gestazione del Nuovo, siamo abituati ad associare i
più alti valori morali e spirituali, solo alla vita urbana.
Più che città, quelle dell'India sono zone
abitate; e ciò di cui ci vergogniamo come di una tara,
ciò che consideriamo una lebbra, costituisce qui il fatto
urbano nella sua essenza: l'agglomerato di individui il cui scopo
è di agglomerarsi a milioni, prescindendo dalle condizioni
reali. Sporcizia, disordine, promiscuità, sfioramenti;
rovine, capanne, fango, immondizia; umori, sterco, orina, pus,
secrezioni; tutto quello da cui la vita urbana sembra difenderci, tutto
ciò che noi odiamo, tutto quello da cui ci garantiamo a
sì alto prezzo, tutti quei sottoprodotti della coabitazione,
qui non diventano mai un ostacolo al suo sviluppo. Costituiscono
piuttosto l'ambiente naturale di cui la città ha bisogno per
prosperare. Per ogni individuo la strada, vicolo o sentiero,
è il luogo dove siede, o dorme, o raccoglie il suo
nutrimento nella vischiosa sporcizia. Lungi dal respingerlo, essa
assurge a dignità domestica, per tutto il sudore, le
sozzure, i movimenti e le azioni che essa riassume.
Ogni volta
che esco dal mio albergo a Calcutta, davanti a cui le vacche circolano
liberamente e le cui finestre servono da trespolo per gli avvoltoi,
divento il centro di un balletto che troverei comico se a un certo
punto non ispirasse pietà.
Vi si possono
distinguere vari numeri, tutti magistralmente recitati:
il
lucidatore di scarpe che si getta ai miei piedi;
il ragazzino
dalla voce nasale che si precipita: one anna, papa, one anna!
l'infermo
quasi nudo perché si possano meglio notare i suoi moncherini;
il
mezzano: British girls, very nice...;
il venditore di
clarinetti;
il fattorino del New Market che supplica di
comprare tutto, non perché vi sia direttamente interessato,
ma perché le annas che guadagnerà portandomi i
pacchi gli permetteranno di mangiare. Egli illlustra il catalogo con la
stessa concupiscenza come se tutti quei beni gli fosseto destinati:
Suit-cases? Shirts? Hose?...
Infine tutta la truppa di piccola
gente: procacciatori di risciò, di gharries o di taxi. Ce ne
sono quanti se ne vogliano a tre metri, lungo il marciapiede. Ma chi
sa? potrei essere un personaggio così importante da non
degnarsi di vederli...
Senza contare la coorte dei venditori,
bottegai, imbroglioni, ai quali il vostro passaggio annunzia il
Paradiso: forse voi acquisterete qualcosa.
Chi volesse riderne
o irritarsi se ne guardi bene, come da un sacrilegio. Sarebbe assurdo
censurare quei gesti grotteschi, quei movimenti contorti, sarebbe
criminale deriderli invece di vedervi i sintomi clinici di un'agonia.
Una sola ossessione, la fame, ispira quel contegno disperato; quella
fame che scaccia le folle dalle campagne, facendo aumentare la
popolazione di Calcutta, in pochi anni, da due a cinque milioni di
abitanti; che ammassa i fuggitivi negli angiporti delle stazioni dove
li si scorge, passando col treno, la notte, addormentati sulle panche e
avvolti nella cotonata bianca, oggi vestito e domani sudario; ed
è sempre la fame a conferire la sua tragica
intensità allo sguardo del mendicante che incrocia il
vostro, attraverso le sbarre metalliche dello scompartimento di prima
classe, sbarre che, come il soldato in armi accolato sul marciapiede,
vi proteggono da questa muta rivendicazione di un solo, che potrebbe
tramutarsi in un urlante tumulto se la compassione del viaggiatore,
più forte della prudenza, non frenasse questi condannati con
la speranza di un'elemosina".

Invece,
un nostro esigente scrittore come Giorgio Manganelli, quando nel 1975
giungerà in India, definita "casa-madre dell'Assoluto",
resterà come tramortito. Nel suo resoconto "Esperimento con
l'India", esprimerà lo sconcerto di un viaggiatore che
lì non può che perdere il suo naturale dominio e
senso delle proporzioni:”Ho l'impressione che l'India sia un
luogo ad alto tenore di Dio, una foresta che produce scimmie, pavoni ed
asceti; qui esistono ancora i Maestri. i Profeti, e quando si parla
della Verità non si allude a un caso giudiziario, ma alla
Verità totale, cosmica; ecco l'India non sarà
mica un paese cosmico?”.
In
gran parte, sono parole valide anche per l’oggi. Ma
naturalmente qualcosa è cambiato e, ai fini del nostro
discorso, ci viene incontro lo scrittore indiano Suketu Mehta che,
nella sua opera Maximum city, racconta le varie anime di Bombay, ora
Mumbai, la città degli eccessi, offrendo un
paradigma emblematico, sia pur non esaustivo, dell’India
attuale.
Egli
ci accompagna in una delle città più grandi del
mondo, descrivendone i meandri e facendoci ascoltare le voci dei suoi
abitanti: dal malavitoso al borghese arrivato, dai protagonisti del
mondo cine-dorato di Bollywood agli abitatori degli slums, territori
assai più piccoli rispetto alla superficie della
città e dove vive come in un formicaio la maggior parte
della popolazione, dalle ballerine di night club della
bar-line agli scontri tra le comunità musulmana e
indù.
Mumbai
è un labirinto di cui è impossibile stabilire
l'ingresso. L’esplosione demografica si salda con la
frammentazione del tessuto urbano e sociale. Eppure
c’è chi vuole fuggire questa città che
offre occasioni di riscatto dalla povertà.
In
un capitolo del libro, Mehta ci introduce alla scelta di una ricca
famiglia, seguace della religione giainista, di abbandonare il mondo,
nonostante l'agiatezza e il benessere economico raggiunto.
I
suoi componenti lasceranno tutto andando perennemente raminghi,
senza trasgredire, in nessun caso, i cinque voti della loro
religione: non-violenza assoluta, mai menzogne, mai rubare, astinenza
sessuale e affettiva. Per abito due pezzi di stoffa non cuciti, niente
scarpe; capelli rasati ogni sei mesi, nessun mezzo di trasporto,
nessuna "comodità" con sé (telefono, radio,
apparecchi elettrici et similia).
Tale
gesto definitivo di prendere commiato dal mondo prende il nome di
diksha. Il diksha, una volta attuato, prevede comportamenti rigorosi.
Nel giorno del diksha verrà fatto l'ultimo bagno della
propria vita e non si metterà mai più piede in
una pozza d'acqua, perché qualora si dovesse mettere
inavvertitamente un piede in una pozza d'acqua, si ucciderebbero non
solo minuscoli organismi acquatici ma anche l'unità
dell'acqua. Inoltre nella stagione delle piogge si starà
fermi in un posto; non ci si bagnerà in stagni, fiumi, mari;
e, in caso di pioggia, si starà al coperto; quando
farà molto caldo, sarà lecito, talvolta,
inumidirsi la pelle con un pezzo di stoffa bagnata. E' possibile lavare
gli indumenti una sola volta al mese, e ripulire la ciotola del cibo
dopo mangiato.
Alcune poesie indiane del passato, anche se di
diversa matrice religiosa, rendono assai bene l'intensa
spiritualità religiosa sottesa a queste decisioni e,anche,
più semplicemente, a un modo di vivere.
Sudraka,
Come un ospite
Povertà, davvero sono in
pena per te,
amica che dimori nel mio corpo:
decomposte
le spoglie disgraziate
- questa la mia angoscia - tu dove
andrai?
Qui la povertà, ciò
che noi occidentali rifuggiamo sommamente, è un ospite che,
dopo la morte fisica, non ha scampo e per la quale si può
provare solo compassione…
Bhartrhari,
Nella mano solo una ciotola
Solo, senza desiderio,
in quiete,
nella mano una ciotola, vestito d'aria:
quando
Siva, mi riuscirà
di sradicare il karman?
Lo
sforzo intenso, la solitudine povera e immobile, il desiderio di
conseguire la liberazione. Il dubbio, comunque assale.
Bhartrhari,
Incertezza
Dobbiamo forse essere asceti vivendo
lungo il fiume degli dèi?
O insieme a spose nobili
per virtù praticare la misura?
Suggere le correnti
delle scienze o le diverse linfe
d'ambrosia della poesia?
Non sappiamo che cosa è
bene, in questa vita che dura
pochi battiti di ciglia.
Come
dobbiamo comportarci, con misurata saggezza o con radicale ascesi, per
essere salvi? L’incertezza governa il nostro cammino nella
vita, che a sua volta è così corta…
Addio
mondo dunque, recidere ogni legame con la vita terrena e ottenere la
moksha ossia la salvezza. E la salvezza consiste nel liberarsi dalla
costrizione a rinascere. La vita terrena col suo ciclo di nascite e
morti (samsara) merita di essere abbandonata, così come la
salvezza (moksha) merita di essere raggiunta.
Non si tratta
solo di uscire dal mondo abitato, dalla città,
dall’ecumene: è necessario ripristinare
ricongiungendosi l’ordine eterno che è stato
spezzato (vyavastha). E per raggiungere questo fine bisogna uscire dal
tempo (kala).
In
sanscrito il termine kala è usato sia nel senso di periodi
di tempo relativo, sia di durate infinite, di eternità.
Se
il tempo, in quanto maya (potenza dell'illusione), è
anch'esso una manifestazione della Divinità, vivere nel
tempo non è, in sé, una cattiva azione: la
cattiva azione è credere che non esista altro al di fuori
del Tempo. Si è divorati dal Tempo, non perché si
vive nel Tempo, ma perché si crede nella realtà
del Tempo e, di conseguenza, si dimentica o si disprezza
l'Eternità.
Questa è la grande lezione
che proviene dall’Induismo.
Non ci si può
arrestare per così dire alla prima parvenza del Tempo.
La
Grande Illusione cosmica è una ierofania, una manifestazione
del divino; il fondamento ultimo delle cose al contempo è
costituito dalla maya e dallo Spirito Assoluto, dall'Illusione e dalla
Realtà, dal Tempo e dall'Eternità.
Lo
yogin finisce col diventare un jivan-mukta, un liberato dalla vita.
In
India ogni cosa, ogni idea e ogni creatura, grande o insignificante e
sia, è un'espressione del divino: tutto è Dio e
Dio si manifesta nei molti: onnipresente, onnipervadente e all'Uno Dio
tende l'intero universo.
L’uscita dal tempo si
configura come ricongiunzione con l'Eterno perché il
transeunte, non si può reggere se non sull'
Eternità: è ricompreso nell’Eterno.
Una
poesia sulla liberazione e una celebre orazione liturgica contenuta
nelle Upanisad, per concludere, manifestano efficacemente tale
orientamento spirituale.
Anonimo, La liberazione
Nel
giro di infinite rinascite
ho vagato invano
cercando
il costruttore della casa:
nascita è dolore, ancora
e ancora!
Costruttore, sei stato riconosciuto:
più
non costruirai questa casa!
Spaccate sono tutte le tue travi,
distrutta
la chiave di volta:
giunta all'assenza d'immagini il pensiero
ha
trovato l'estinzione d'ogni sete.
Upanisad
Conducimi dall'irreale al Reale,
dalle
tenebre alla Luce,
dalla morte all'Immortalità.
|
|