Sergio Lagrotteria - Kala

 

 

       

KALA


Mircea Eliade sosteneva ne Il sacro e il profano che l'uomo moderno non sarà felice fin quando non avrà ucciso l'ultimo dio. Senza necessariamente condividerla, con tale affermazione individuava una tendenza dell’epoca moderna che oggi appare ampiamente diffusa. Ed un luogo, se è lecito chiamarlo tale, dove la presenza del divino e del sacro è ancora profondamente viva, sebbene intaccata dalla modernizzazione industriale e tecnologica, è l’India. 


  

Per esprimersi sugli uomini, è opportuno condividerne la vita e i pensieri.
Già nel 1955 il grande antropologo Claude Levi-Strauss, a proposito dell’India, scriveva con esemplare distacco in Tristi Tropici: 

" Sia che si tratti delle città mummificate del Mondo Antico, che delle città in gestazione del Nuovo, siamo abituati ad associare i più alti valori morali e spirituali, solo alla vita urbana. Più che città, quelle dell'India sono zone abitate; e ciò di cui ci vergogniamo come di una tara, ciò che consideriamo una lebbra, costituisce qui il fatto urbano nella sua essenza: l'agglomerato di individui il cui scopo è di agglomerarsi a milioni, prescindendo dalle condizioni reali. Sporcizia, disordine, promiscuità, sfioramenti; rovine, capanne, fango, immondizia; umori, sterco, orina, pus, secrezioni; tutto quello da cui la vita urbana sembra difenderci, tutto ciò che noi odiamo, tutto quello da cui ci garantiamo a sì alto prezzo, tutti quei sottoprodotti della coabitazione, qui non diventano mai un ostacolo al suo sviluppo. Costituiscono piuttosto l'ambiente naturale di cui la città ha bisogno per prosperare. Per ogni individuo la strada, vicolo o sentiero, è il luogo dove siede, o dorme, o raccoglie il suo nutrimento nella vischiosa sporcizia. Lungi dal respingerlo, essa assurge a dignità domestica, per tutto il sudore, le sozzure, i movimenti e le azioni che essa riassume.
Ogni volta che esco dal mio albergo a Calcutta, davanti a cui le vacche circolano liberamente e le cui finestre servono da trespolo per gli avvoltoi, divento il centro di un balletto che troverei comico se a un certo punto non ispirasse pietà.
Vi si possono distinguere vari numeri, tutti magistralmente recitati:
il lucidatore di scarpe che si getta ai miei piedi;
il ragazzino dalla voce nasale che si precipita: one anna, papa, one anna!
l'infermo quasi nudo perché si possano meglio notare i suoi moncherini;
il mezzano: British girls, very nice...;
il venditore di clarinetti;
il fattorino del New Market che supplica di comprare tutto, non perché vi sia direttamente interessato, ma perché le annas che guadagnerà portandomi i pacchi gli permetteranno di mangiare. Egli illlustra il catalogo con la stessa concupiscenza come se tutti quei beni gli fosseto destinati: Suit-cases? Shirts? Hose?...
Infine tutta la truppa di piccola gente: procacciatori di risciò, di gharries o di taxi. Ce ne sono quanti se ne vogliano a tre metri, lungo il marciapiede. Ma chi sa? potrei essere un personaggio così importante da non degnarsi di vederli...
Senza contare la coorte dei venditori, bottegai, imbroglioni, ai quali il vostro passaggio annunzia il Paradiso: forse voi acquisterete qualcosa.
Chi volesse riderne o irritarsi se ne guardi bene, come da un sacrilegio. Sarebbe assurdo censurare quei gesti grotteschi, quei movimenti contorti, sarebbe criminale deriderli invece di vedervi i sintomi clinici di un'agonia. Una sola ossessione, la fame, ispira quel contegno disperato; quella fame che scaccia le folle dalle campagne, facendo aumentare la popolazione di Calcutta, in pochi anni, da due a cinque milioni di abitanti; che ammassa i fuggitivi negli angiporti delle stazioni dove li si scorge, passando col treno, la notte, addormentati sulle panche e avvolti nella cotonata bianca, oggi vestito e domani sudario; ed è sempre la fame a conferire la sua tragica intensità allo sguardo del mendicante che incrocia il vostro, attraverso le sbarre metalliche dello scompartimento di prima classe, sbarre che, come il soldato in armi accolato sul marciapiede, vi proteggono da questa muta rivendicazione di un solo, che potrebbe tramutarsi in un urlante tumulto se la compassione del viaggiatore, più forte della prudenza, non frenasse questi condannati con la speranza di un'elemosina".




Invece, un nostro esigente scrittore come Giorgio Manganelli, quando nel 1975 giungerà in India, definita "casa-madre dell'Assoluto", resterà come tramortito. Nel suo resoconto "Esperimento con l'India", esprimerà lo sconcerto di un viaggiatore che lì non può che perdere il suo naturale dominio e senso delle proporzioni:”Ho l'impressione che l'India sia un luogo ad alto tenore di Dio, una foresta che produce scimmie, pavoni ed asceti; qui esistono ancora i Maestri. i Profeti, e quando si parla della Verità non si allude a un caso giudiziario, ma alla Verità totale, cosmica; ecco l'India non sarà mica un paese cosmico?”.

In gran parte, sono parole valide anche per l’oggi. Ma naturalmente qualcosa è cambiato e, ai fini del nostro discorso, ci viene incontro lo scrittore indiano Suketu Mehta che, nella sua opera Maximum city, racconta le varie anime di Bombay, ora Mumbai,  la città degli eccessi, offrendo un paradigma emblematico, sia pur non esaustivo, dell’India attuale.
Egli ci accompagna in una delle città più grandi del mondo, descrivendone i meandri e facendoci ascoltare le voci dei suoi abitanti: dal malavitoso al borghese arrivato, dai protagonisti del mondo cine-dorato di Bollywood agli abitatori degli slums, territori assai più piccoli rispetto alla superficie della città e dove vive come in un formicaio la maggior parte della popolazione,  dalle ballerine di night club della bar-line agli scontri tra le comunità musulmana e indù.

Mumbai è un labirinto di cui è impossibile stabilire l'ingresso. L’esplosione demografica si salda con la frammentazione del tessuto urbano e sociale. Eppure c’è chi vuole fuggire questa città che offre occasioni di riscatto dalla povertà.



In un capitolo del libro, Mehta ci introduce alla scelta di una ricca famiglia, seguace della religione giainista, di abbandonare il mondo, nonostante l'agiatezza e il benessere economico raggiunto.

I suoi componenti lasceranno tutto andando perennemente raminghi, senza  trasgredire, in nessun caso, i cinque voti della loro religione: non-violenza assoluta, mai menzogne, mai rubare, astinenza sessuale e affettiva. Per abito due pezzi di stoffa non cuciti, niente scarpe; capelli rasati ogni sei mesi, nessun mezzo di trasporto, nessuna "comodità" con sé (telefono, radio, apparecchi elettrici et similia).



Tale gesto definitivo di prendere commiato dal mondo prende il nome di diksha. Il diksha, una volta attuato, prevede comportamenti rigorosi. Nel giorno del diksha verrà fatto l'ultimo bagno della propria vita e non si metterà mai più piede in una pozza d'acqua, perché qualora si dovesse mettere inavvertitamente un piede in una pozza d'acqua, si ucciderebbero non solo minuscoli organismi acquatici ma anche l'unità dell'acqua. Inoltre nella stagione delle piogge si starà fermi in un posto; non ci si bagnerà in stagni, fiumi, mari; e, in caso di pioggia, si starà al coperto; quando farà molto caldo, sarà lecito, talvolta, inumidirsi la pelle con un pezzo di stoffa bagnata. E' possibile lavare gli indumenti una sola volta al mese, e ripulire la ciotola del cibo dopo mangiato.
Alcune poesie indiane del passato, anche se di diversa matrice religiosa, rendono assai bene l'intensa spiritualità religiosa sottesa a queste decisioni e,anche, più semplicemente, a un modo di vivere.



Sudraka, Come un ospite

Povertà, davvero sono in pena per te,
amica che dimori nel mio corpo:
decomposte le spoglie disgraziate
- questa la mia angoscia - tu dove andrai?

Qui la povertà, ciò che noi occidentali rifuggiamo sommamente, è un ospite che, dopo la morte fisica, non ha scampo e per la quale si può provare solo compassione…

Bhartrhari, Nella mano solo una ciotola

Solo, senza desiderio, in quiete,
nella mano una ciotola, vestito d'aria:
quando Siva, mi riuscirà
di sradicare il karman?

Lo sforzo intenso, la solitudine povera e immobile, il desiderio di conseguire la liberazione. Il dubbio, comunque assale.


Bhartrhari, Incertezza

Dobbiamo forse essere asceti vivendo lungo il fiume degli dèi?
O insieme a spose nobili per virtù praticare la misura?
Suggere le correnti delle scienze o le diverse linfe
    d'ambrosia della poesia?
Non sappiamo che cosa è bene, in questa vita che dura
    pochi battiti di ciglia.



Come dobbiamo comportarci, con misurata saggezza o con radicale ascesi, per essere salvi? L’incertezza governa il nostro cammino nella vita, che a sua volta è così corta…


Addio mondo dunque, recidere ogni legame con la vita terrena e ottenere la moksha ossia la salvezza. E la salvezza consiste nel liberarsi dalla costrizione a rinascere. La vita terrena col suo ciclo di nascite e morti (samsara) merita di essere abbandonata, così come la salvezza (moksha) merita di essere raggiunta.
Non si tratta solo di uscire dal mondo abitato, dalla città, dall’ecumene: è necessario ripristinare ricongiungendosi l’ordine eterno che è stato spezzato (vyavastha). E per raggiungere questo fine bisogna uscire dal tempo (kala).

In sanscrito il termine kala è usato sia nel senso di periodi di tempo relativo, sia di durate infinite, di eternità.
Se il tempo, in quanto maya (potenza dell'illusione), è anch'esso una manifestazione della Divinità, vivere nel tempo non è, in sé, una cattiva azione: la cattiva azione è credere che non esista altro al di fuori del Tempo. Si è divorati dal Tempo, non perché si vive nel Tempo, ma perché si crede nella realtà del Tempo e, di conseguenza, si dimentica o si disprezza l'Eternità.
Questa è la grande lezione che proviene dall’Induismo.
Non ci si può arrestare per così dire alla prima parvenza del Tempo.
La Grande Illusione cosmica è una ierofania, una manifestazione del divino; il fondamento ultimo delle cose al contempo è costituito dalla maya e dallo Spirito Assoluto, dall'Illusione e dalla Realtà, dal Tempo e dall'Eternità.
Lo yogin finisce col diventare un jivan-mukta, un liberato dalla vita.
In India ogni cosa, ogni idea e ogni creatura, grande o insignificante e sia, è un'espressione del divino: tutto è Dio e Dio si manifesta nei molti: onnipresente, onnipervadente e all'Uno Dio tende l'intero universo.
L’uscita dal tempo si configura come ricongiunzione con l'Eterno perché il transeunte, non si può reggere se non sull' Eternità: è ricompreso nell’Eterno.



Una poesia sulla liberazione e una celebre orazione liturgica contenuta nelle Upanisad, per concludere, manifestano efficacemente tale orientamento spirituale.

Anonimo, La liberazione

Nel giro di infinite rinascite
ho vagato invano
cercando il costruttore della casa:
nascita è dolore, ancora e ancora!

Costruttore, sei stato riconosciuto:
più non costruirai questa casa!
Spaccate sono tutte le tue travi,
distrutta la chiave di volta:
giunta all'assenza d'immagini il pensiero
ha trovato l'estinzione d'ogni sete.


Upanisad
 
Conducimi dall'irreale al Reale,
dalle tenebre alla Luce,
dalla morte all'Immortalità.