Sergio Lagrotteria - A morte Galileo!

 

 

       

A morte Galileo!


Quando si parla di scienza e del ruolo dello scienziato nella società, secondo una prospettiva letteraria, la prima opera che viene alla mente è Vita di Galileo di Bertolt Brecht.
Quest'opera venne composta in esilio e conosce ben tre versioni, di cui le prime due più rilevanti, che hanno conferito una certa ambiguità al lavoro. Quest'ambiguità si riversa principalmente sulla figura di Galileo, giudicato in maniera abbastanza positiva nella prima stesura, visto in modo più critico nella seconda.
L'aspetto umano non viene tuttavia tralasciato dal drammaturgo di Augusta.



Brecht con quest'opera teatrale pone una serie di questioni di primaria importanza: quali sono i doveri dello scienziato nei confronti della società? quali devono essere i fini della ricerca? come porsi dinanzi agli usi illeciti della scienza?

La risposta di Brecht è fondamentalmente in linea con la sua adesione al marxismo, vale a dire che laddove manca un impegno politico dello scienziato in direzione rivoluzionaria, la scienza rimarrà in mano alle classi dominanti con conseguente sfruttamento delle classi oppresse, mantenuto con l'apparente proposito dell'autonomia della ricerca.
Eppure la figura di Galileo e dei connessi problemi posti dall'affermarsi della scienza, destò l'interesse anche di uno dei maggiori scrittori del Novecento: Robert Musil.
La vita di Musil, nato nel 1880 a Klagenfurt e morto nel 1942 a Ginevra, esule dalla sua patria dopo l'avvento del nazismo, è priva di avvenimenti esteriori di rilievo. Egli fu sostanzialmente uno scienziato convertitosi alla letteratura: aveva studiato ingegneria, fisica e filosofia, con una tesi di dottorato su Ernst Mach. Visse lavorando come giornalista, bibliotecario e libero scrittore. Berlino e Vienna sono le due città di riferimento per capire il suo percorso di scrittore: la prima è la metropoli della modernità, dell'efficienza, della civiltà tecnico-scientifica, crudele e insieme vitale; la seconda era la città della nostalgia, della malinconia, dell'ambiguità intellettuale.

L'incompiuto romanzo-saggio L'uomo senza qualità è il suo capolavoro: l'opera di tutta una vita che via via va costruendosi e mutando con la fusione della dimensione narrativa e di quella filosofica.

In quest'opera immensa, c'è un capitolo, dal titolo singolare "La scienza sorride sotto i baffi ovvero primo incontro esauriente col male", che ci interessa per via delle considerazioni che vengono svolte intorno alla scienza.
Scrive Musil: "Possiamo cominciare subito dalla bizzarra predilezione del pensiero scientifico per le definizioni meccaniche, statistiche, materiali alle quali è stato cavato il cuore"[...]"Certo, si ama e si ricerca la verità; ma intorno a quel lucido amore c'è tutta una preferenza per la delusione, per la coercizione, l'inesorabilità, la fredda minaccia o l'asciutta censura, una preferenza diabolica, o almeno una involontaria irradiazione di sentimenti del genere".
Molti avevano rivolto e ancora oggi rivolgono critiche al metodo scientifico, ai suoi limiti, alla convenzionalità e ipoteticità delle sue conclusioni, alla sua fredda precisione. Ma Musil va in una direzione diversa: in queste pagine lo scienziato viene accusato non per la sua impossibilità a giungere a verità certe e incontrovertibili, ma proprio per la sua determinazione, il suo sforzo, il suo impegno a produrre risultati demoralizzanti sul piano sociale e dell’esistenza in generale. In conseguenza di ciò, lo spirito scientifico appare come una più o meno cosciente perversione dello spirito umano, producente effetti per i quali il maligno ispiratore "sorrideva sotto i baffi".


La scienza, se ci poniamo secondo un punto di vista weberiano, realizza il disincantamento del mondo, e comunque mette alla prova le qualità dello scienziato, ponendolo a confronto con un mondo concreto, senza fronzoli, che pretende nella ricerca rigore, precisione e onestà.

Ma Musil è maliziosamente scettico circa tali virtù e, all' interrogativo su quali siano le qualità che portano ad invenzioni e scoperte, afferma: "Libertà da scrupoli e riguardi tradizionali, spirito di iniziativa e di distruzione in uguale quantità, esclusione di considerazioni morali, paziente mercanteggiamento del minimo vantaggio, tenace attesa sulla via del successo", ossia i vizi antichi dei cacciatori, dei mercanti, dei soldati. Una riflessione questa ancor oggi valida vista la tendenza attuale a legare l'attività di ricerca alle esigenze del mondo della produzione.
C'è poi un altro aspetto anche più rilevante: la predilezione per le misure e i numeri, che si rinviene in ogni ricercatore, secondo Musil, è solo l'espressione della diffidenza verso ogni cosa incerta, verso le sfumature, verso il polo occulto, ma essenziale dell'interiorità, con la conseguenza di rafforzare la persuasione che in questo mondo "non ci possa fidare di nulla che non sia ben fermo al chiodo".
Perciò quelle dimensioni legate alla creatività umana, alla vita dell' anima, che hanno espresso lo spirito e la grandezza di varie civiltà, appaiono vacui e secondari esercizi nell'esistenza dell'uomo contemporaneo in piena crisi, svuotato delle sue qualità e incapace di percepire il ghigno infernale che lo soggioga.


Le domande da porsi in relazione a simile situazione sono allora: come è nato tutto questo? da che cosa è scaturito questo spirito del male che ci ha condotto "nel bel mezzo del miracolo dell'Anticristo"? Musil individua implacabilmente il colpevole nel fondatore della scienza moderna: Galileo Galilei.
Mentre la Chiesa recentemente ha chiesto perdono al mondo moderno per aver condannato con Galilei le conquiste della scienza, Musil scaglia un anatema terribile ed esclama: "La Chiesa cattolica ha commesso un grave errore minacciando di morte un tale uomo e costringendolo alla ritrattazione invece di ammazzarlo senza tanti complimenti; perché il suo modo, e quello dei suoi simili, di considerare le cose, ha poi dato origine [...] agli orari ferroviari, alle macchine utensili, alla psicologia fisiologica e alla corruzione morale del tempo presente, e ormai non può più porvi rimedio".

L'aspetto notevolmente paradossale è che, nella sua condanna, Musil non cita, pur non ignorandole, le armi, giunte da tempo a una distruttività a livello planetario, e la distruzione dell'ambiente, vale a dire ciò che l' uomo moderno addebita alla scienza, ma proprio i crediti della scienza, ossia ciò che si è soliti ritenere il suo aspetto positivo: la precisione delle sue tabelle, la praticità delle sue macchine e quella psicologia da cui molti oggi sono attratti.
In tali esiti "positivi" egli vede i responsabili della resa dello spirito umano, adagiato in un benessere senz'anima, e della sua rinuncia a quelle grandezze, a quelle vette dello spirito, cui la scienza moderna si è tolta il gusto " di dar lo sgambetto [...] e di vederle sbattere il naso per terra".
A giudicare dalla situazione attuale, si può dire che abbiamo ancora il naso rivolto a terra e forse qualcuno se la ride...