|
|
A morte
Galileo!
Quando si parla di scienza e del ruolo dello scienziato
nella società, secondo una prospettiva letteraria, la prima opera
che viene alla mente è Vita di Galileo di Bertolt Brecht.
Quest'opera venne composta in esilio e conosce ben tre versioni, di cui
le prime due più rilevanti, che hanno conferito una certa ambiguità
al lavoro. Quest'ambiguità si riversa principalmente sulla figura
di Galileo, giudicato in maniera abbastanza positiva nella prima stesura,
visto in modo più critico nella seconda.
L'aspetto umano non viene tuttavia tralasciato dal drammaturgo di Augusta.

Brecht con quest'opera teatrale pone una serie di questioni di primaria
importanza: quali sono i doveri dello scienziato nei confronti della società?
quali devono essere i fini della ricerca? come porsi dinanzi agli usi
illeciti della scienza?
La risposta di Brecht è fondamentalmente
in linea con la sua adesione al marxismo, vale a dire che laddove manca
un impegno politico dello scienziato in direzione rivoluzionaria, la scienza
rimarrà in mano alle classi dominanti con conseguente sfruttamento
delle classi oppresse, mantenuto con l'apparente proposito dell'autonomia
della ricerca.
Eppure la figura di Galileo e dei connessi problemi posti dall'affermarsi
della scienza, destò l'interesse anche di uno dei maggiori scrittori
del Novecento: Robert Musil.
La vita di Musil, nato nel 1880 a Klagenfurt e morto nel 1942 a Ginevra,
esule dalla sua patria dopo l'avvento del nazismo, è priva di avvenimenti
esteriori di rilievo. Egli fu sostanzialmente uno scienziato convertitosi
alla letteratura: aveva studiato ingegneria, fisica e filosofia, con una
tesi di dottorato su Ernst Mach. Visse lavorando come giornalista, bibliotecario
e libero scrittore. Berlino e Vienna sono le due città di riferimento
per capire il suo percorso di scrittore: la prima è la metropoli
della modernità, dell'efficienza, della civiltà tecnico-scientifica,
crudele e insieme vitale; la seconda era la città della nostalgia,
della malinconia, dell'ambiguità intellettuale.

L'incompiuto romanzo-saggio L'uomo senza qualità è il suo
capolavoro: l'opera di tutta una vita che via via va costruendosi e mutando
con la fusione della dimensione narrativa e di quella filosofica.
In
quest'opera immensa, c'è un capitolo, dal titolo singolare "La
scienza sorride sotto i baffi ovvero primo incontro esauriente col male",
che ci interessa per via delle considerazioni che vengono svolte intorno
alla scienza.
Scrive Musil: "Possiamo cominciare subito dalla bizzarra predilezione
del pensiero scientifico per le definizioni meccaniche, statistiche, materiali
alle quali è stato cavato il cuore"[...]"Certo, si ama
e si ricerca la verità; ma intorno a quel lucido amore c'è
tutta una preferenza per la delusione, per la coercizione, l'inesorabilità,
la fredda minaccia o l'asciutta censura, una preferenza diabolica, o almeno
una involontaria irradiazione di sentimenti del genere".
Molti avevano rivolto e ancora oggi rivolgono critiche al metodo scientifico,
ai suoi limiti, alla convenzionalità e ipoteticità delle
sue conclusioni, alla sua fredda precisione. Ma Musil va in una direzione
diversa: in queste pagine lo scienziato viene accusato non per la sua
impossibilità a giungere a verità certe e incontrovertibili,
ma proprio per la sua determinazione, il suo sforzo, il suo impegno a
produrre risultati demoralizzanti sul piano sociale e dell’esistenza
in generale. In conseguenza di ciò, lo spirito scientifico appare
come una più o meno cosciente perversione dello spirito umano,
producente effetti per i quali il maligno ispiratore "sorrideva sotto
i baffi".

La scienza, se ci poniamo secondo un punto di vista weberiano, realizza
il disincantamento del mondo, e comunque mette alla prova le qualità
dello scienziato, ponendolo a confronto con un mondo concreto, senza fronzoli,
che pretende nella ricerca rigore, precisione e onestà.
Ma
Musil è maliziosamente scettico circa tali virtù e, all'
interrogativo su quali siano le qualità che portano ad invenzioni
e scoperte, afferma: "Libertà da scrupoli e riguardi tradizionali,
spirito di iniziativa e di distruzione in uguale quantità, esclusione
di considerazioni morali, paziente mercanteggiamento del minimo vantaggio,
tenace attesa sulla via del successo", ossia i vizi antichi dei cacciatori,
dei mercanti, dei soldati. Una riflessione questa ancor oggi valida vista
la tendenza attuale a legare l'attività di ricerca alle esigenze
del mondo della produzione.
C'è poi un altro aspetto anche più rilevante: la predilezione
per le misure e i numeri, che si rinviene in ogni ricercatore, secondo
Musil, è solo l'espressione della diffidenza verso ogni cosa incerta,
verso le sfumature, verso il polo occulto, ma essenziale dell'interiorità,
con la conseguenza di rafforzare la persuasione che in questo mondo "non
ci possa fidare di nulla che non sia ben fermo al chiodo".
Perciò quelle dimensioni legate alla creatività umana, alla
vita dell' anima, che hanno espresso lo spirito e la grandezza di varie
civiltà, appaiono vacui e secondari esercizi nell'esistenza dell'uomo
contemporaneo in piena crisi, svuotato delle sue qualità e incapace
di percepire il ghigno infernale che lo soggioga.

Le domande da porsi in relazione a simile situazione sono allora: come
è nato tutto questo? da che cosa è scaturito questo spirito
del male che ci ha condotto "nel bel mezzo del miracolo dell'Anticristo"?
Musil individua implacabilmente il colpevole nel fondatore della scienza
moderna: Galileo Galilei.
Mentre la Chiesa recentemente ha chiesto perdono al mondo moderno per
aver condannato con Galilei le conquiste della scienza, Musil scaglia
un anatema terribile ed esclama: "La Chiesa cattolica ha commesso
un grave errore minacciando di morte un tale uomo e costringendolo alla
ritrattazione invece di ammazzarlo senza tanti complimenti; perché
il suo modo, e quello dei suoi simili, di considerare le cose, ha poi
dato origine [...] agli orari ferroviari, alle macchine utensili, alla
psicologia fisiologica e alla corruzione morale del tempo presente, e
ormai non può più porvi rimedio".
L'aspetto
notevolmente paradossale è che, nella sua condanna, Musil non cita,
pur non ignorandole, le armi, giunte da tempo a una distruttività
a livello planetario, e la distruzione dell'ambiente, vale a dire ciò
che l' uomo moderno addebita alla scienza, ma proprio i crediti della
scienza, ossia ciò che si è soliti ritenere il suo aspetto
positivo: la precisione delle sue tabelle, la praticità delle sue
macchine e quella psicologia da cui molti oggi sono attratti.
In tali esiti "positivi" egli vede i responsabili della resa
dello spirito umano, adagiato in un benessere senz'anima, e della sua
rinuncia a quelle grandezze, a quelle vette dello spirito, cui la scienza
moderna si è tolta il gusto " di dar lo sgambetto [...] e
di vederle sbattere il naso per terra".
A giudicare dalla situazione attuale, si può dire che abbiamo ancora
il naso rivolto a terra e forse qualcuno se la ride...
|
|