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Occhio
bambino
"Il genio non è altro che l'infanzia
ritrovata per un atto di volontà" (Charles Baudelaire)

Tra i nuovi orizzonti che l'arte del Novecento (ri)scopre
vi è quello dell'infanzia: un mondo percepito come depositario
di quella innocenza, purezza, fantasia, ingenua spontaneità perdute
a seguito dell' avanzare del disincanto generato dalla moderna civiltà
occidentale.
Qui si propone un percorso breve e molto personale, mostrando l'importanza
che la componente "infantile" ha avuto in parecchi artisti,
pur non essendo, ovviamente, la sola.

Negli anni che vanno dal 1909 al 1914, in cui si
affermano le avanguardie storiche, Wasilij Kandinskij, accentuando l'uso
dei colori individua la strada maestra del suo cammino. Ad esempio, un'opera
del 1911, intitolata Arabi III si ispira al disegno della figlia di un'
amica avente lo stesso soggetto.
Kandinskij sottolinea come in ogni disegno infantile la risonanza interiore
dell'oggetto si sveli da sé, portandolo così a elaborare
nei suoi lavori proprio questa risonanza attraverso la separazione del
colore dalla forma e la trasfigurazione di tetti di città, colline
o personaggi delle tradizioni popolari russe in un turbinio di immagini.

La forza intensa del colore gli proviene direttamente
dai ricordi dei primi anni di vita: il verde, il bianco, lo scarlatto,
il giallo "li vidi in vari oggetti che oggi non ho più davanti
agli occhi così nettamente come quei colori".
Per Kandinskij, è la rivelazione di un' energia che trasforma i
colori e libera gli oggetti nello spazio e nell'Almanacco del Cavaliere
azzurro alla fine troveranno spazio nove disegni di bambini.
Sono gli anni in cui, per lasciarsi alle spalle
la crisi dei valori accademici e tradizionali, le arti visive si rivolgono,
come non era loro mai accaduto prima, all'universo infantile che può
condurle fuori della cultura occidentale, avvertita come un limite angusto.
L'imperativo è quello di ricominciare, tornare alle origini, guardare
oltre o lontano; e nella creatività dei bambini i singoli artisti
trovano il vero fondamento delle proprie doti: come Franz Marc, che recupera
magicamente dall'infanzia i suoi cavalli azzurri, verdi, rossi e gialli:
animali che paiono usciti da una fiaba, in una prospettiva di ricerca
della perduta condizione originaria dell'uomo.
L'infanzia non è però uno stato permanente: purtroppo la
pubertà toglie ai bambini quei doni che la natura gli ha elargito.
Così tocca agli artisti conservare o recuperare quello stato originario.

Alcuni lo fanno all'interno delle avanguardie, più o meno
costituite, come Matisse o Klee.
In particolare, l'opera di Paul Klee si situa sull' altro versante della
pittura. La sua straordinaria immaginazione ricrea ciò che gli
occhi non hanno visto. Egli guarda all' interno, non all'esterno: celebre
è la sua affermazione secondo cui l'arte non riproduce ciò
che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è.
L'apparente semplificazio-ne infantile di tanti dipinti è il risultato
di una gestazione mentale, aperta al mondo dell'udibile, del visibile,
del leggibile, in cui la fantasia dispone gli spazi, i colori e le linee,
che, come amava dire, erano portate a passeggio.

A rimarcare l'importanza della sua fase di bambino,
Klee arriverà a inserire nel catalogo generale delle proprie opere
anche disegni eseguiti a cinque anni, mentre nel 1912 scrive con trasporto
e forte determinazione:
" Nell'arte si può anche cominciare da capo, e ciò
è evidente più che altrove, in raccolte etnografiche oppure
a casa propria nella stanza riservata ai bambini. Non ridere lettore!
Anche i bambini conoscono l' arte e ci mettono molta saggezza! Quanto
più sono maldestri tanto più ci offrono esempi istruttivi
e anch'essi vanno preservati per tempo dalla corruzione. Fenomeni analoghi
sono le creazioni dei malati di mente e non è affatto vituperio
parlare in questi casi di puerilità o di pazzia. Se oggi si vuole
procedere ad una riforma, tutto questo è da prendere molto sul
serio, più sul serio di tutte le pinacoteche del mondo".

In linea con questa riflessione di Klee, si colloca
l' Art Brut di Jean Dubuffet, volta a valorizzare le opere di coloro che
vivono al di fuori delle regole culturali e di mercato e che, per di più,
non sono artisti professionisti: malati di mente, vecchi, proletari, eremiti
e bambini. In questi soggetti, in perfetta autonomia, nasce e si sviluppa
un puro e autentico impulso creativo.
In
altri artisti la creatività infantile si innesterà sulle
proprie tradizioni popolari, come nel caso di Chagall e Mirò; oppure
si dirigerà verso l'ingenuità e la freschezza delle immagini,
dando vita al nuovo genere naif, come faranno Rousseau il Doganiere, e,
più vicino a noi, Ligabue, alla ricerca, pur nelle differenze,
di spazi misteriosi o dell' incanto di uno sguardo vergine e solitario.
Vi è poi Enrico Baj, che accoglie l'inventività del gioco
puerile e si avvale di collages polimaterici per elaborare immagini improntate
ad uno spirito di ironia e di polemico humour demistificante, come nella
serie dei Generali. Inoltre, assai significativa, e presente peraltro
in diversi artisti, è la sua opposizione a ciò che egli
definisce l' otticamente corretto di tanta subdola arte contemporanea,
ossia l'immagine performante, vincente, portatrice di consenso. I bambini
vanno oltre l'otticamente corretto e hanno il coraggio di dire col disegno
che il re (il generale) è nudo.
Tutti gli artisti appaiono, dunque, accomunati da un senso profondo
di ritrovata libertà nel riconsiderare il mondo come appare nei
primi anni di vita, quando ogni cosa è nuova.
Ciò
non toglie che tale regressione non abbia lati anche meno piacevoli o
scontati, ed è il caso dell'artista francese, naturalizzata americana,
Louise Bourgeois, con la sua attenzione alle tematiche del corpo e della
dimensione psicanalitica dell'arte, che ebbe modo di dichiarare: "La
mia infanzia non ha mai perso il suo lato magico e allo stesso tempo drammatico.
Tutti i miei lavori degli ultimi cinquant'anni, tutti i miei soggetti
si sono ispirati alla mia infanzia". Un esempio tra i tanti il suo
Coniglio del 1970, orribilmente squartato .
Oppure lo sguardo sull' infanzia si sofferma ad indagare i lati oscuri
e torbidi dei rapporti tra uomini, donne e bambini come fa la portoghese
Paula Rego.

Non va poi dimenticata l'esplosione di energia
tipica dell'approccio infantile al disegno che si può ritrovare
in Karel Appel, uno degli esponenti del Cobra, movimento formatosi nel
1948 da un gruppo di artisti di Copenaghen, Bruxelles e Amsterdam, da
cui l'acronimo. Il Cobra si proponeva di restituire l'arte a una dimensione
primaria, pre-linguistica, pre-tecnica e Appel, in sintonia con gli altri
esponenti, rifiuta l'astrattismo per indirizzarsi verso una pittura segnico-gestuale,
matericamente densa, che si riversa sulla tela con immagini esuberanti
e colori accesi: insomma con l' immediatezza e la vitalità, anche
violenta, tipica dei bambini (ma non solo).
Così, con un vero viaggio di ritorno verso l'infanzia, l'arte visiva
del Novecento supera il pensiero abituale, banalmente logico, riportandolo
a quella condizione originalmente fondativa in cui i bambini con i loro
"scarabocchi" offrono una risposta a innumerevoli domande su
di sé e il mondo che li circonda.

Concludo con un brevissimo excursus nel campo letterario,
dove, paradossalmente, la scoperta del mondo dell'infanzia non ha avuto
un' influenza profonda e paragonabile a quella avvenuta nelle arti visive.
Pur non mancando eccezioni notevoli dal Piccolo principe alle fiabe di
Rodari, la letteratura non ha saputo o voluto abbeverarsi all'universo
infantile per rigenerarsi, ritenendo, tra le altre cose, il bambino un
lettore non all'altezza. Ed è un vero peccato, perché, come
ci fa intendere il decalogo che segue e che fu scritto dal premio Nobel
Isaac Singer in un articolo sul New York Times, avrebbero molto da insegnarci
anche in questo senso:
1) I bambini leggono libri, non recensioni. Per loro il giudizio dei critici
non vale una cicca.
2) Non leggono per cercare un'identità.
3) Non leggono per liberarsi dai sensi di colpa, né per soddisfare
la propria sete di ribellione, né per sbarazzarsi dell'alienazione.
4) Non sanno che farsene della psicologia.
5) Detestano la sociologia.
6) Non cercano di capire Kafka e Finnegan's Wake.
7) Credono ancora in Dio, nella famiglia, negli angeli, nei diavoli, nelle
streghe, nei folletti, nella logica, nella chiarezza, nella punteggiatura
e in altri simili vecchiumi.
8) Amano le storie interessanti, non i commenti, non le guide alla lettura,
non le note a piè di pagina.
9) Quando un libro li annoia, sbadigliano senza scrupoli, senza alcuna
vergogna o timore dell'autorità.
10) Non si aspettano che il loro scrittore prediletto redima l'umanità.
Giovani come sono, capiscono che egli non ha questo potere. Solo gli adulti
hanno illusioni così infantili.

"Una volta disegnavo come Raffaello, ma mi ci è voluta una
vita intera per disegnare come i bambini" (Pablo Picasso)

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