Paolo Di Stefano - Non-luoghi

 

 

       

Viviamo nella “surmodernità”, e la “surmodernità” produce non-luoghi. E’ questa l’opinione dell’antropologo francese Marc Augé. Secondo lui, i “non-luoghi” sono gli spazi anonimi della contemporaneità in cui si annullano le coordinate di spazio e di tempo. Non-luoghi sono le autostrade, gli autogrill, i villaggi turistici, i parchi-gioco, gli aeroporti, le catene alberghiere, quegli spazi che non riescono a incidere sulla nostra identità né sul nostro rapporto con gli altri. Si sa che cambiando la cultura, cambiano anche i luoghi topici della letteratura: se a Dante può capitare di intravedere il profilo di Beatrice in chiesa, oggi sarebbe pressoché impensabile per uno scrittore situare l’incontro tra due giovani in Santa Maria Novella o in Santa Croce. Così, sarebbe improbabile pensare al salotto quale luogo di avances amorose, come fu per Zeno Cosini. La letteratura italiana più recente ha metabolizzato i non-luoghi del nostro tempo, integrandoli spesso come scenari di romanzi e racconti. E’ dunque un peccato che un volume appena apparso, “Luoghi della letteratura italiana” (a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, editore Bruno Mondadori, pagg. 397, euro 24), ne tenga conto solo parzialmente, anche se è vero che i curatori hanno l’accortezza di escludere subito l’ambizione di essere completi. Qualcosa dei non-luoghi, pur tuttavia, c’è. Come alla voce “Autostrada”, dove giustamente si segnala la “Tangenziale dell’Ovest” presente in una poesia di Alda Merini, l’”Autosole” di Lucarelli con le macchine in coda eterna, il “Grande Raccordo” di Lodoli, dove “un camion vale l’altro” e la fuga autostradale raccontata da Gabriele Romagnoli nel romanzo “In tempo per il cielo”. Si sarebbe potuto aggiungere almeno un altro Lucarelli, scelto tra “Un giorno dopo l’altro” (con un killer in viaggio lungo un’”autostrada nera”) e “Falange armata” (che anticipò le vicende della Uno Bianca). Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta.

ll non-luogo “autostrada” connette spesso altri non-luoghi. Permette di raggiungere un aeroporto (sempre in Lucarelli) o una discoteca, non-luogo per eccellenza della gioventù. Nel suo ultimo romanzo, “Eccetera”, Emilio Tadini ha raccontato tanti di quei non-luoghi che c’è quasi da perdere la testa. E in realtà la perdono, la testa, molti suoi personaggi. Il primo non-luogo di “Eccetera” è la macchina (“un disastro a motore”) su cui viaggiano quattro giovani per una notte intera. C’è la “Light Night”, la discoteca che vorrebbero raggiungere. C’è la strada buia percorsa da Toro Seduto e dalla sua scalcinata banda di amici. C’è anche un non-luogo dell’etere che è “Radionotte notte”, dove ogni dialogo tra il dj e il suo pubblico è assenza e vuoto. Per la verità, Tadini è un esperto di non-luoghi: si pensi alla periferia milanese raccontata ne “La tempesta”, erede ormai annichilita della marginalità sociale ma umanissima narrata da Testori. E poi ci sono altre discoteche, nella narrativa italiana recente, che andrebbero prese in seria considerazione: per esempio quelle di Giuseppe Caliceti in “Fonderia Italghisa”, ex capannoni industriali sulla via Emilia. E’ un vero peccato che il volume non contempli la voce “Discoteca”. Ma più che un peccato è un errore che la voce “Strada” si fermi a Pasolini. Sì, perché a pensarci bene la strada non è più solo quella dei celebri “ragazzi” di borgata. Ancora Lodoli (in “Crampi”) e, più di recente, Mauro Covacich (in “A perdifiato”) l’hanno narrata come tapis roulant su cui si sfoga la smania, tipicamente postmoderna, del correre: il non-luogo del footing e delle maratone. Mentre Margaret Mazzantini apre il suo “Non ti muovere” con un tragico incidente stradale in motorino (e non bisogna dimenticare che nello stesso romanzo compare, più in là, anche l’autostrada come scenario di morte). In aeroporto, si sa, ma anche in aeroplano, si muovono molte delle creature di Daniele Del Giudice (da “Atlante occidentale” a “Staccando l’ombra da terra”). E Roberto Alajmo racconta il tragico volo del DC9 che nel ’78 si schiantò a poche centinaia di metri da Punta Raisi. Che i non-luoghi abbiano detronizzato i luoghi letterari della tradizione? Non è escluso.

Se è giusto che in un ideale “atlante” vengano ricordate le industrie di Volponi e Ottieri e le varie banche come “luogo dell’annullamento della persona in una funzione meccanica e frustrante” (da Verga a Rugarli, da Svevo a Pontiggia), perché tralasciare il supermercato, diventato spazio letterario almeno da quando Ian McEwan, nel suo celebre “Bambini nel tempo”, ambientò proprio in un supermercato di periferia la misteriosa sparizione della piccola Kate mentre suo padre Stephen era intento a svuotare il carrello alla cassa (una vicenda analoga viene narrata da Emmanuel Carrère ne “La settimana bianca”, in cui la colonia per bambini è interessante esempio di non-luogo da turismo di massa) . Ecco dunque i pulp. Ecco Aldo Nove, che in “Puerto Plata Market” mette in scena un protagonista incantato dalle Merci e perennemente attratto dall’idea di andare a fare la spesa all’Ikea di Cinisello Balsamo. Ecco un altro quarantenne, Andrea Canobbio, che affolla “Padri di padri” di autogrill e centri commerciali. Ecco Dario Voltolini, ecco Tiziano Scarpa. Anche qui, c’è l’imbarazzo della scelta. E’ cambiata la geografia metropolitana. La periferia ha vinto. Il sottosuolo anche, ma non è certo quello dostoevskiano. Sempre a proposito di non-luoghi: Giuseppe Culicchia in “Ambarabà” passa in rassegna ventuno passeggeri in attesa di un metrò non troppo immaginario di una città qualunque, “solida, liquida, gassosa” come tante, anonima di luce al neon.
Anche la geografia domestica, come si diceva, è un po’ cambiata. Il salotto è quasi scomparso come centro di discussione familiare. Resta, eventualmente, come sede del televisore. Il bagno c’è, eccome: dal cesso entrano ed escono diversi personaggi “splatter” di Ammaniti, Scarpa, Nove, Luttazzi. “La buca” è il titolo di un racconto memorabile di Antonio Moresco e ne “La discarica” il protagonista di Paolo Teobaldi finisce per rigenerare la propria identità. E c’è anche la camera. Più che la camera da letto, la cameretta da eterni adolescenti in cui si trova sempre acceso un video (“Cara, ti vedo verde, sarà il terminale”, scrive Voltolini). Video, o meglio prateria disincarnata del cyberspazio, che è, a sua volta (ma senza necessariamente andare nella fantascienza), un non-luogo di storie (o non-storie) per antonomasia: chi non ricorda il racconto “Evil Live” di Del Giudice, dove si immagina che una novella lanciata in Rete diventi sperimentazione estrema della lotta tra Bene e Male? Succedono cose strane: se alle origini della nostra letteratura le storie d’amore più angelicate e metafisiche nascevano in luoghi reali (strade, giardini, chiese, palazzi) diventati metafore, oggi le storie d’amore più carnali possono nascere nello spazio più astratto possibile che diventa corpo: per esempio via blog (lo sa bene Francesca Mazzuccato, che nel suo “Diario di una blogger” racconta una storia di desiderio e di passione in fondo poco virtuale), ultimo luogo-non-luogo ammesso in letteratura. Per il momento.