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Spigolature
di uno zapping metropolitano
racconto in diciannove scatti nel design crudele di milano
Prologo
La
vita a Milano scorre come al solito con un fluire lento e frenetico, opaco
e splendente, esaltante e mediocre; insomma tra alti e bassi come nella
maggior parte del ricco mondo occidentale.
qui ad architettura chi mi conosce (e vi assicuro non sono pochi perché
ho fotografato quasi tutto di questi luoghi e delle sue persone) mi chiama
"flash".
mi chiamano così i ragazzi, il personale delle pulizie, qualche
vigilante e persino alcuni tra docenti, assistenti e segretarie, ma non
perché sono oltremodo veloce con le ragazze quanto lento a sostenere
gli esami, e neanche per la mia proverbiale pigrizia tanto con le ragazze
quanto con gli esami, bensì per il mio immancabile, inseparabile
e fedele compagno di strada: una reflex nikon f del 1961 con motore elettrico
ma caricata rigorosamente a bianco e nero, che qualche incompetente si
ostina, meschinamente, a chiamare ancora macchina fotografica.
Nonostante ci abbia provato, non ho mai vinto un
premio serio ad un concorso fotografico; se si esclude qualche medaglia,
quattro attestati e anche un posacenere a forma di camera, non ho ancora
visto nascere dai piccoli granuli dargento della pellicola e dalla
carta per stampe al clorobromuro la mia foto Pulitzer; il mio senso critico
mi dice che non mi sono neanche mai avvicinato ad un centimetroquadro
di un'immagine fotodinamica di Bragaglia, ad un soggetto comune di Strand
o a una vortografia di Coburn; e non sono nemmeno un punto della retina
di Capa che incontrò il suo destino in Indocina, di Bishop che
volò in cielo con i condor nelle Ande e di Symour che morì
tra la sabbia, il petrolio e il dolore del Medio Oriente.
Sono flash (nomignolo curioso per me che non ho
mai usato luci moderne dall'antico sapore di magnesio), sono flash e questo
basta per raccontare le mie cronache, spigolature urbane tra vita e design
metropolitano o, se preferite condividere con me questo, tra l'indiscreto
spettacolo degli usi quotidiani e la sgomenta spettacolarizzazione degli
oggetti della città.
riguardo le immagini riprese a Milano in un rigido gennaio qualsiasi e
ripercorro la trama e l'ordito, la grana dell'evento stampato su carta
fotografica, i fatti, il design, gli abitanti della città e le
relazioni con gli incommensurabili oggetti che la compongono; scruto le
geometrie, misuro le distanze e ne leggo il disegno: i crudeli elementi
degli oggetti nella cronaca e nella performance singola e collettiva che
segna il momento in cui la grande storia della città incontra luso
e i destini quotidiani, quella debole relazione con gli oggetti che ogni
giorno, oltre la soglia di casa, ci circonda e di cui la memoria non ha
ragione.
Nella luce rossa della camera oscura ripercorro
i giorni freddi di fine gennaio quando, consapevolmente dimentico dellarchitettura
e delle cose importanti della città, mi sono imbattuto nell'allestimento
dei suoi spazi pubblici, nella forma e nella materia di quegli oggetti
(commentai allora) ancora lungi dallessere addomesticati, nellopera
più o meno conosciuta di noti ed ignoti designer dellurbano,
nel crogiolo di oggetti degli spazi pubblici: fontane, recinzioni e cestini,
vasi con panchine e panchine verdi, punti di sosta e di attesa, bacheche,
edicole votive e lapidi a ricordo, accrocchi di ombrelloni, vasi, piante
e grigliati per bar, pizzerie, take away e Mc Donalds, pali di ogni
genere e misura, archetti, panettoni e dissuasori di ogni specie, cippi
e mènhir, marciapiedi, cordoli e gradini, ascensori, e scale mobili,
corrimano e ringhiere, allestimenti vari e arredi di giardini rimediati,
edicole, chioschi, tende, telecamere, cabine tecniche per lelettricità
o per la posta, aiuole per tutti gli usi, transenne, spuntoni, cartelli
di pubblicità, indicazione e consigli, sedute sprezzanti di chi
si siede, griglie, tombini e pavimentazioni posate a casaccio, sfiati
per laerazione, telefoni, orologi, video e display al quarzo, lapidi,
iscrizioni, bottoniere, gettoniere e distributori automatici per qualsiasi
merce, insegne luminose, insegne spente e lampioni, faretti, gabinetti,
porta biciclette, improbabili tracciati e accessori di piste ciclabili,
linee bianche, gialle e blu di graffiti nellasfalto.
Spigolature
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8,41
stazione centrale
bocche tristi in un labirinto di ferro su sfiati
di aria calda.
scatto 1 |
La
declinazione degli oggetti, spiati attraverso lobiettivo, non mi
lascia dubbi circa lopera di crudeltà nellorrore del
design urbano o, se volete, nello gnommero gaddiano di una ricca inutilità.
esco dalla metropolitana e, mentre lascio che gli occhi si abituino alla
luce del sole dopo i neon del tunnel, declino al diaframma ottico larte
di penetrare gli oggetti e i luoghi.
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9,07
stazione centrale
manette per alberi imprigionati dal pavimento
di una piazza.
scatto 2 |
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9,32
vittor pisani
portico con ombrelloni e paraventi sulla città.
scatto 3 |
Oggetti
muti che cantano le lodi e le nenie della città, la bellezza e
la crudeltà degli uomini della città. Lo spazio pubblico
si carica di attributi attraverso gli oggetti che di volta in volta determinano
la scena, ne formano il fondale, la singola parte o la nota stonata dellorchestra.
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9,48
stazione centrale
cose e non-cose.
scatto 4 |
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10,16
corso buenos aires
sguardo fisso di panchina con vaso, per
manichini di un giorno speciale, dentro
un luogo comune.
scatto 5 |
Mi
lascio colpire dal particolare e dal punctum che per Roland Barthes, nellimmagine
impressionata, può ferire lo sguardo e lanima; gli oggetti
della città ci circondano, a volte ne siamo sopraffatti, difficilmente
si lasciano usare, segnano un percorso interno allo spazio definito del
progetto ed un labile spazio esterno, aperto e lasciato alla deriva. Da
questa deriva cerco lorigine, gli esiti e le cause, linafferrabile
anima degli oggetti e la parola progettante che li ha generati.
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11,10
facoltà di disegno industriale
dentro il luogo del sapere.
scatto 6 |
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14,20
via vittor pisani
slalom di un invito a ostacoli.
scatto |
Quotidianamente
veniamo in contatto con gli oggetti della città, ma solo distrattamente.
Loggetto o lelemento di crudeltà è il dettaglio,
il particolare nascosto o la palese certezza per pochi (quasi sempre i
più sfortunati della massa), langolo, la punta o la curva
suadente, il materiale, il colore, la posizione o la combinazione, il
dislivello e linutile ingombro.
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14,47
via vittor pisani
soldatini di porfido per la conquista della città.
scatto 8 |
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15,03
stazione centrale
aspettando la pubblicità.
scatto 9 |
Cerco
la differenza tra gli oggetti domestici e quelli fuori della soglia di
casa ancora da addomesticare: quei piccoli e grandi oggetti
della città che usiamo di malavoglia, che impediscono dei comportamenti,
che ne provocano altri, diversi o inaspettati. Gli oggetti segnano lo
spazio urbano indifferenti, sempre uguali a se stessi ovunque essi siano.
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15,41
via vittorio veneto
mosso di diaframma urbano.
scatto 10 |
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15,59
via vittorio veneto
albero in gabbia.
scatto 11 |
Gli
oggetti denunciano larroganza dei poteri tecnici, della separatezza
delle competenze, che al dialogo preferiscono impalare la crosta della
terra con i loro mènhir: pali della luce, pali per cestini portarifiuti,
pali per insegne, pali per segnaletiche stradali, pali per semafori, pali
di staccionate, pali che reggono fili che reggono qualcosaltro,
pali per ogni uso,
per legare biciclette, per attaccare
messaggi e pubblicità, per una pipì per cani, per appoggiarsi,
per impedire il passaggio di unauto,
di carrozzine, di stampelle,
di bambini alla mano. Si percepisce la regola e il suo contraltare: luso.
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16,30
quartiere di greco
aspettando lautobus: il viaggio è un divertimento, lattesa
meno.
scatto 12 |
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16,44
via padova
panchina di acciaio distesa al sole.
scatto 13 |
Mi
appare dimprovviso un mondo schiacciato su un unico polo, senza
la ricerca di coerenza e bellezza; lapparente esatta disposizione
e laccostamento casuale, il voluto o linconsapevole, il mettere
in mostra e lallestimento delleffimero minuto trova negli
oggetti gli attori inconsci della scena urbana.
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16,59
via vittorio veneto
alla scoperta di un percorso di un trial pedonale
scatto 14 |
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17,09
via de marchi
cornici su cornici su cornici su cornici su cornici su cornici su
cornici su cornici .
E il quadro dovè?
scatto 15 |
Mentre
le ombre si allungano disegnando inconsueti paesaggi animati, le architetture
della notte e gli oggetti approdano nella inquietudine urbana di esperienze
reali. La logica geometria del giorno, nella notte esplicita le sue regole
e i suoi divieti. Gli oggetti (non-cose di giorno) di notte
annunciano il riflesso di unanima arrogante e grossolana, una geometria
variabile tra il giorno e la notte.
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18,34
piazza duca daosta
fine della comunicazione?
scatto 16 |
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19,17
giardini bacone
comode panchine con bracciolo anti-barbone
scatto 17 |
Siamo
circondati di oggetti, a volte ne siamo soprafatti, quasi mai ci stupiscono.
Spesso gli oggetti, o i piccoli dettagli che li compongono, ci umiliano:
linutilità, la volgarità, la crudeltà ci colpisce
più della fantasia che li ha prodotti.
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19,33
giardini bacone
giochi urbani e accessori per bambini
scatto 18 |
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19,52
mm2 repubblica
rinfilo il tunnel delle viscere metropolitane.
Che odore hanno gli oggetti?
Quello di chi li usa o di chi li ha fatti?
scatto 19 |
Epilogo
Quella
giornata passò tra la rigidità del tempo e l'inesorabile
esattezza del tempo; oggi disvelo il contro altare di un dipinto mandalico,
un diagramma semplice e complesso allo stesso tempo, una traccia di polveri
colorate, un intreccio di fili tesi a disegnare la foggia del telaio o,
forse, solo una particolare disposizione dello spazio, un'architettura,
un allestimento di oggetti, oggi come sempre, quale processo di reintegrazione
dell'esperienza individuale nell'unità del cosmo. Mentre vedo svanire
nellacido fotografico lillusione e il buon gusto, perso tra
le frattaglie di un osceno urbano che mette in ridicolo lo spazio pubblico,
mi chiedo, tra gli oggetti scrutati, dovè lallusione,
linvenzione, larte, il progetto.
mi chiamano flash, come tutti i miei simili ho sempre troppa poca memoria
per ricordare veramente, ed è per questo che conservo le foto in
un album speciale per me e per qualcuno che avrà ancora voglia
di cercare il bandolo della matassa per continuare a tessere il filo,
né a colori né in bianco e nero, di una verità.
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