Leonardo Cascitelli - Spigolature metropolitane

 

 

       

Spigolature di uno zapping metropolitano
racconto in diciannove scatti nel design crudele di milano

Prologo

La vita a Milano scorre come al solito con un fluire lento e frenetico, opaco e splendente, esaltante e mediocre; insomma tra alti e bassi come nella maggior parte del ricco mondo occidentale.
qui ad architettura chi mi conosce (e vi assicuro non sono pochi perché ho fotografato quasi tutto di questi luoghi e delle sue persone) mi chiama "flash".
mi chiamano così i ragazzi, il personale delle pulizie, qualche vigilante e persino alcuni tra docenti, assistenti e segretarie, ma non perché sono oltremodo veloce con le ragazze quanto lento a sostenere gli esami, e neanche per la mia proverbiale pigrizia tanto con le ragazze quanto con gli esami, bensì per il mio immancabile, inseparabile e fedele compagno di strada: una reflex nikon f del 1961 con motore elettrico ma caricata rigorosamente a bianco e nero, che qualche incompetente si ostina, meschinamente, a chiamare ancora macchina fotografica.

Nonostante ci abbia provato, non ho mai vinto un premio serio ad un concorso fotografico; se si esclude qualche medaglia, quattro attestati e anche un posacenere a forma di camera, non ho ancora visto nascere dai piccoli granuli d’argento della pellicola e dalla carta per stampe al clorobromuro la mia foto Pulitzer; il mio senso critico mi dice che non mi sono neanche mai avvicinato ad un centimetroquadro di un'immagine fotodinamica di Bragaglia, ad un soggetto comune di Strand o a una vortografia di Coburn; e non sono nemmeno un punto della retina di Capa che incontrò il suo destino in Indocina, di Bishop che volò in cielo con i condor nelle Ande e di Symour che morì tra la sabbia, il petrolio e il dolore del Medio Oriente.

Sono flash (nomignolo curioso per me che non ho mai usato luci moderne dall'antico sapore di magnesio), sono flash e questo basta per raccontare le mie cronache, spigolature urbane tra vita e design metropolitano o, se preferite condividere con me questo, tra l'indiscreto spettacolo degli usi quotidiani e la sgomenta spettacolarizzazione degli oggetti della città.
riguardo le immagini riprese a Milano in un rigido gennaio qualsiasi e ripercorro la trama e l'ordito, la grana dell'evento stampato su carta fotografica, i fatti, il design, gli abitanti della città e le relazioni con gli incommensurabili oggetti che la compongono; scruto le geometrie, misuro le distanze e ne leggo il disegno: i crudeli elementi degli oggetti nella cronaca e nella performance singola e collettiva che segna il momento in cui la grande storia della città incontra l’uso e i destini quotidiani, quella debole relazione con gli oggetti che ogni giorno, oltre la soglia di casa, ci circonda e di cui la memoria non ha ragione.

Nella luce rossa della camera oscura ripercorro i giorni freddi di fine gennaio quando, consapevolmente dimentico dell’architettura e delle cose importanti della città, mi sono imbattuto nell'allestimento dei suoi spazi pubblici, nella forma e nella materia di quegli oggetti (commentai allora) ancora lungi dall’essere addomesticati, nell’opera più o meno conosciuta di noti ed ignoti designer dell’urbano, nel crogiolo di oggetti degli spazi pubblici: fontane, recinzioni e cestini, vasi con panchine e panchine verdi, punti di sosta e di attesa, bacheche, edicole votive e lapidi a ricordo, accrocchi di ombrelloni, vasi, piante e grigliati per bar, pizzerie, take away e Mc Donald’s, pali di ogni genere e misura, archetti, panettoni e dissuasori di ogni specie, cippi e mènhir, marciapiedi, cordoli e gradini, ascensori, e scale mobili, corrimano e ringhiere, allestimenti vari e arredi di giardini rimediati, edicole, chioschi, tende, telecamere, cabine tecniche per l’elettricità o per la posta, aiuole per tutti gli usi, transenne, spuntoni, cartelli di pubblicità, indicazione e consigli, sedute sprezzanti di chi si siede, griglie, tombini e pavimentazioni posate a casaccio, sfiati per l’aerazione, telefoni, orologi, video e display al quarzo, lapidi, iscrizioni, bottoniere, gettoniere e distributori automatici per qualsiasi merce, insegne luminose, insegne spente e lampioni, faretti, gabinetti, porta biciclette, improbabili tracciati e accessori di piste ciclabili, linee bianche, gialle e blu di graffiti nell’asfalto.

Spigolature

8,41 stazione centrale
bocche tristi in un labirinto di ferro su sfiati
di aria calda.
scatto 1

La declinazione degli oggetti, spiati attraverso l’obiettivo, non mi lascia dubbi circa l’opera di crudeltà nell’orrore del design urbano o, se volete, nello gnommero gaddiano di una ricca inutilità.
esco dalla metropolitana e, mentre lascio che gli occhi si abituino alla luce del sole dopo i neon del tunnel, declino al diaframma ottico l’arte di penetrare gli oggetti e i luoghi.

9,07 stazione centrale
manette per alberi imprigionati dal pavimento
di una piazza.
scatto 2

 

9,32 vittor pisani
portico con ombrelloni e paraventi sulla città.
scatto 3

Oggetti muti che cantano le lodi e le nenie della città, la bellezza e la crudeltà degli uomini della città. Lo spazio pubblico si carica di attributi attraverso gli oggetti che di volta in volta determinano la scena, ne formano il fondale, la singola parte o la nota stonata dell’orchestra.

9,48 stazione centrale
cose e non-cose.
scatto 4

 

10,16 corso buenos aires
sguardo fisso di panchina con vaso, per
manichini di un giorno speciale, dentro
un luogo comune.
scatto 5

Mi lascio colpire dal particolare e dal punctum che per Roland Barthes, nell’immagine impressionata, può ferire lo sguardo e l’anima; gli oggetti della città ci circondano, a volte ne siamo sopraffatti, difficilmente si lasciano usare, segnano un percorso interno allo spazio definito del progetto ed un labile spazio esterno, aperto e lasciato alla deriva. Da questa deriva cerco l’origine, gli esiti e le cause, l’inafferrabile anima degli oggetti e la parola progettante che li ha generati.

11,10 facoltà di disegno industriale
dentro il luogo del sapere.
scatto 6

 

14,20 via vittor pisani
slalom di un invito a ostacoli.
scatto

Quotidianamente veniamo in contatto con gli oggetti della città, ma solo distrattamente. L’oggetto o l’elemento di crudeltà è il dettaglio, il particolare nascosto o la palese certezza per pochi (quasi sempre i più sfortunati della massa), l’angolo, la punta o la curva suadente, il materiale, il colore, la posizione o la combinazione, il dislivello e l’inutile ingombro.

14,47 via vittor pisani
soldatini di porfido per la conquista della città.
scatto 8

 

15,03 stazione centrale
aspettando la pubblicità.
scatto 9

Cerco la differenza tra gli oggetti domestici e quelli fuori della soglia di casa ancora “da addomesticare”: quei piccoli e grandi oggetti della città che usiamo di malavoglia, che impediscono dei comportamenti, che ne provocano altri, diversi o inaspettati. Gli oggetti segnano lo spazio urbano indifferenti, sempre uguali a se stessi ovunque essi siano.

15,41 via vittorio veneto
mosso di diaframma urbano.
scatto 10

 

15,59 via vittorio veneto
albero in gabbia.
scatto 11

Gli oggetti denunciano l’arroganza dei poteri tecnici, della separatezza delle competenze, che al dialogo preferiscono impalare la crosta della terra con i loro mènhir: pali della luce, pali per cestini portarifiuti, pali per insegne, pali per segnaletiche stradali, pali per semafori, pali di staccionate, pali che reggono fili che reggono qualcos’altro, … pali per ogni uso, … per legare biciclette, per attaccare messaggi e pubblicità, per una pipì per cani, per appoggiarsi, per impedire il passaggio di un’auto, … di carrozzine, di stampelle, di bambini alla mano. Si percepisce la regola e il suo contraltare: l’uso.

16,30 quartiere di greco
aspettando l’autobus: il viaggio è un divertimento, l’attesa meno.
scatto 12

 

16,44 via padova
panchina di acciaio distesa al sole.
scatto 13

Mi appare d’improvviso un mondo schiacciato su un unico polo, senza la ricerca di coerenza e bellezza; l’apparente esatta disposizione e l’accostamento casuale, il voluto o l’inconsapevole, il mettere in mostra e l’allestimento dell’effimero minuto trova negli oggetti gli attori inconsci della scena urbana.

16,59 via vittorio veneto
alla scoperta di un percorso di un trial pedonale
scatto 14

 

17,09 via de marchi
cornici su cornici su cornici su cornici su cornici su cornici su cornici su cornici .
E il quadro dov’è?
scatto 15

Mentre le ombre si allungano disegnando inconsueti paesaggi animati, le architetture della notte e gli oggetti approdano nella inquietudine urbana di esperienze reali. La logica geometria del giorno, nella notte esplicita le sue regole e i suoi divieti. Gli oggetti (“non-cose” di giorno) di notte annunciano il riflesso di un’anima arrogante e grossolana, una geometria variabile tra il giorno e la notte.

18,34 piazza duca d’aosta
fine della comunicazione?
scatto 16

 

19,17 giardini bacone
comode panchine con bracciolo anti-barbone
scatto 17

Siamo circondati di oggetti, a volte ne siamo soprafatti, quasi mai ci stupiscono. Spesso gli oggetti, o i piccoli dettagli che li compongono, ci umiliano: l’inutilità, la volgarità, la crudeltà ci colpisce più della fantasia che li ha prodotti.

19,33 giardini bacone
giochi urbani e accessori per bambini
scatto 18

 

19,52 mm2 repubblica
rinfilo il tunnel delle viscere metropolitane.
Che odore hanno gli oggetti?
Quello di chi li usa o di chi li ha fatti?
scatto 19


Epilogo

Quella giornata passò tra la rigidità del tempo e l'inesorabile esattezza del tempo; oggi disvelo il contro altare di un dipinto mandalico, un diagramma semplice e complesso allo stesso tempo, una traccia di polveri colorate, un intreccio di fili tesi a disegnare la foggia del telaio o, forse, solo una particolare disposizione dello spazio, un'architettura, un allestimento di oggetti, oggi come sempre, quale processo di reintegrazione dell'esperienza individuale nell'unità del cosmo. Mentre vedo svanire nell’acido fotografico l’illusione e il buon gusto, perso tra le frattaglie di un osceno urbano che mette in ridicolo lo spazio pubblico, mi chiedo, tra gli oggetti scrutati, dov’è l’allusione, l’invenzione, l’arte, il progetto.
mi chiamano flash, come tutti i miei simili ho sempre troppa poca memoria per ricordare veramente, ed è per questo che conservo le foto in un album speciale per me e per qualcuno che avrà ancora voglia di cercare il bandolo della matassa per continuare a tessere il filo, né a colori né in bianco e nero, di una verità.