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Come ti sei accostato
alla musica e alla composizione? Qual è stato il tuo percorso?
“Là dove altri propongono
opere io pretendo solamente di svelare il mio spirito (…) Non concepisco un’opera staccata dalla
vita (…) Ogni mia opera, ogni parte di me, ogni
fioritura ghiacciata mi cola addosso.”
Apro questa inaspettata e per me
assai faticosa intervista con le illuminanti parole di Antonin Artaud tratte da
L’ombelico dei Limbi. Mi rifletto pienamente in queste
affermazioni purtroppo ignorate dai più. Il pensiero che ne scaturisce è
scomodo e non sempre alla luce è permesso di abbracciarlo. Le sue luminescenze
possono fare male, sono esplosive e in grado con la loro potenza di scardinare le
menti rattrappite e di perforare il sistema culturale istituzionale. Sono convinto che non sia
possibile operare attraverso lo spirito, cercando di riportare in vista le
impronte fossili vicine alle origini di noi stessi, seguendo un percorso di
studi tradizionale. Il mio giudizio nei confronti del conservatorio o di
qualsiasi altra istituzione che si prefigge di forgiare compositori, pittori,
scultori ecc. è totalmente negativo. Il conservatorio è fuorviante e a lungo
andare soffoca la vena creativa dello studente. Incanala l’intelletto verso
sterili leggi di comportamento. Non promuove l’ascolto interiore. Sforna
mestieranti in grado di operare solamente in superficie. Non aiuta ad allargare
le maglie dei filtri entro i quali le esperienze di vita si dirigono… verso
l’inconscio. Inaridisce l’essere. Per queste convinzioni non ho
voluto accostarmi ad un percorso di studi tradizionale inerente la musica.
Certamente non ignoro i principi dell’armonia o le regole del contrappunto e
della fuga o le strutture formali tradizionali. Le ho studiate ma solo quando
ne ho avvertito l’esigenza e la necessità. Lo scrivere musica l’avverto come un bisogno
anche se ho realizzato i miei primi lavori (esercizi di manualità), di cui
allora ero soddisfatto, solamente poco prima dei vent’anni. Precedentemente, solo astrazioni. Fino a quasi i cinque anni ho
passato la maggior parte del mio tempo costretto a letto, a causa di continui
stati febbrili. Questa situazione di semi infermità mi ha permesso di
sviluppare una forte capacità creativa: giocavo essenzialmente di fantasia in
maniera puramente astratta. Questo allenamento mentale l’ho
coltivato sempre con maggiore attenzione fino a quando ho avvertito il
desiderio di concretizzare le astrazioni. Il passo verso la musica, che ho
conosciuto grazie a un caro amico, è stato naturale.
Che tipo di musica scrivi? Qual è il tuo
linguaggio? Ti rifai a qualche modello storico o attuale?
Questa è una serie di
domande la cui risposta mi risulta difficile. Non saprei orientare i
miei lavori verso quella o quell’altra soluzione linguistico/stilistica. Potremmo operare per
sottrazione. Lo strutturalismo anche
nelle forme più recenti non l’ho mai praticato (devo confessare, però, che
alcuni esercizi per comprendere di che si trattasse li ho svolti in passato).
La matematica applicata non è mai entrata nei miei brani. Lo spettralismo non
mi convince pienamente poiché non credo in un sistema armonico particolare:
l’oggetto sonoro non lo riduco solamente ad una successione di frequenze più o
meno relazionate fra loro. L’improvvisazione non mi appartiene. Il minimalismo
lo aborrisco così come la contaminazione fra i vari generi, anche etnici. Cosa rimane? Rimango io. Sono una persona e come
tale unica. Non mi nascondo dietro una tecnica compositiva anche perché non
scrivo per ambizione, per la gloria nei tempi o per denaro. Una esecuzione di
un mio pezzo mi basta per verificare l’intento; non cerco altre prove
esecutive, non forzo gli eventi. La mia è un’esigenza, un
modo per conoscere me stesso, per illuminare i lati oscuri e fare affiorare le
soffocate e sedimentate formazioni costrette nelle trame dell’inconscio. A
volte l’operazione è fruttuosa ma in altre l’erpicatura è troppo violenta e i
passanti sfuggono nella loro “smaterializzazione”. Sono lentissimo nella
stesura di un brano. Capita che un solo pezzo mi impegni per anni. La ricerca
intimista è lunga ma ancora più impegnativa è la ricerca pratica sul timbro
sonoro il quale deve adattarsi agli scenari mentali individuati. Questo mi porta a
tracciare vie alternative di approccio esecutivo allo strumento. Per di più
cerco un suono primordiale, complesso nella sua dinamicità interna e quindi
senza centro. La maggior parte delle
persone che hanno ascoltato un mio lavoro si sono sentite disturbate dal
tessuto rumoristico. Mi sono sempre rifiutato di etichettare i miei suoni come
rumore. Il termine rumore è di natura soggettiva e quindi influenzabile dalle
condizioni culturali e dall’esperienza di vita. La musica dell’uno può essere
il rumore dell’altro, il rumore dell’uno può essere la musica dell'altro.
Individui dei
collegamenti fra la musica e le altre discipline artistiche? Se sì, in quali
termini a tuo parere tali collegamenti si configurano?
Tutte le arti sono modalità
espressive e mezzi creativi. Personalmente mi dedico al suono
in quanto credo che il mio senso uditivo sia il più sviluppato e maggiormente
in grado di interagire con i miei lati nascosti. È la porta che mi permette di
comunicare con la realtà. Comunque, credo che un’idea forte
si posa sviluppare con qualsiasi mezzo espressivo, dipende dall’individuo, dal
suo bagaglio culturale e di vita. Sono tentato di esprimermi anche
per mezzo della poesia – alcuni tentativi felici li ho intrapresi in età pre
adolescenziale ma poi non coltivati – e per mezzo della pittura. So però di non
essere ancora pronto e mai forse lo sarò poiché, per scavare in profondità,
bisogna avere una grande dimestichezza con gli strumenti e per apprendere i
meccanismi occorre tempo. In definitiva, per rispondere
alla tua domanda, dico che i collegamenti fra le varie discipline artistiche ci
sono: le idee.
Raccogli per la tua musica anche degli stimoli che
provengano, ad esempio, dalle tue letture?
Alterno periodi di forte lettura a periodi in cui non
riesco a leggere nemmeno le notizie che compaiono sui giornali. Sicuramente,
però, ciò che non disdegno e che quasi con continuità leggo e studio sono le
tematiche di natura astronomica; in particolare mi interessano le teorie
cosmologiche alternative a quella standard, per intenderci a quella del big
bang. La passione per l’astronomia ha radici lontane. Risale
alla mia infanzia, a quando avevo circa otto anni. Allora più che la teoria mi
coinvolgeva l’aspetto osservativo. Sono molte le notti che ho trascorso in
piedi e all’aperto con il solo scopo di osservare determinati fenomeni celesti
o semplicemente per la visione di una serie di ammassi globulari o nebulose o quant’altro. Sono sempre stato attratto dai fenomeni naturali e da
quelli astronomici in modo particolare, forse per la loro irraggiungibilità,
per l’impossibilità di un contatto. Ovviamente
utilizzo il bagaglio di esperienze in campo
astronomico/cosmologico, che mi appartiene profondamente, anche per
scopi musicali.
Il più delle volte applico le teorie cosmologiche alternative,
adeguatamente
filtrate e calibrate alle mie esigenze, per la costruzione della
microforma del
pezzo musicale. Così è capitato che il materiale musicale
si auto generasse o venisse espulso sotto forma embrionale da una
massa incubatoio o che ancora dovesse frizionare tra i diversi stati
primordiali alla ricerca di un equilibrio utopistico, irraggiungibile
e, in
fondo, non appartenente ad esso. Le altre letture alle quali mi accosto sono per di più
poetiche o prosaico/poetiche. Sono attratto dalla letteratura francese della
prima metà del Novecento e in particolare affascinato dal filone surrealista,
nelle sue molteplici forme. Ora mi sento di fare un solo nome; figura
decisamente non schematizzabile: Henri Michaux. Queste letture, però, non influenzano le maglie delle mie
strutture musicali, almeno a livello razionale.
Non ho ancora ascoltato nulla dei tuoi lavori,
perché tu hai preferito che questa intervista si svolgesse a priori: so
soltanto che nelle tue partiture c’è un
forte riferimento al colore, e che ti interessi di elettronica. Vorresti
parlarmi di questi due aspetti?
Sono sempre molto restio a divulgare le poche
registrazioni dei mie lavori. Come detto in precedenza i lavori che realizzo sono il
risultato di faticosi svelamenti dello spirito e a volte di situazioni
estremamente personali, intime. Inoltre, non ho voluto presentarti un mio brano poiché ho
pensato che potesse influenzare troppo le domande. Non me la sono sentita di
avvantaggiare l’intervistatrice a discapito dei pazienti lettori. Ad essere
sincero, operando in questa maniera ho cercato di orientarti verso la stesura
di quesiti generalisti credendo di facilitare, dando maggiore libertà di
risposta, l’intervistato. Tu, però, arguta come sempre mi stai facendo delirare
più del dovuto. L’utilizzo del colore nelle mie partiture è dettato
solamente da criteri funzionali. Ho bisogno di agire sul timbro degli strumenti per
ottenere quello che ho focalizzato mentalmente.
Questo mi costringe ad andare oltre la prassi esecutiva tradizionale con
l’invenzione di alternative modalità. Imprimo sulla carta i segni di una diversa notazione
musicale, più congrua al mio scopo. Contemporaneamente, tendo ad evitare il trauma
dell’impatto dello strumentista con la partitura o, quanto meno, a
ridimensionarlo. Cerco di alleggerire il tessuto segnico con il colore anziché
inventare continuamente nuove simbologie e costringere l’interprete a
riguardare più volte la legenda. Il colore lo associo a gesti istintivi che
ognuno di noi conserva fino dall’infanzia e questo agevola l’impatto visivo con
la partitura. L’altro aspetto che mi chiedi riguarda l’elettronica.
Ebbene, a dispetto dell’opinione generale credo che fare musica con l’elettronica,
con il calcolatore, sia estremamente difficile, almeno per me. Sono l’ideatore e l’organizzatore di Insulae
Electronicae, un concorso internazionale di musica elettroacustica rivolta
ai giovani compositori. Nei tre anni in cui si è svolta la manifestazione ho
potuto farmi un’idea sulla realtà contemporanea che utilizza il calcolatore
come mezzo espressivo. Non ho un giudizio positivo. Purtroppo ci si affida
sempre più a pacchetti preconfezionati (i GRM tools o i software dell’Ircam per
fare gli esempi più palesi) costringendo l’utente ad agire entro confini
predefiniti. Come conseguenza si ha un appiattimento timbrico e una certa
omogeneità del tessuto sonoro. Così facendo viene meno quella caratteristica
propria che ha contraddistinto fin dalla nascita la musica elettronica: la
ricerca timbrica. Al di là di queste osservazioni, devo ammettere che lo
studio e la ricerca musicale per mezzo del calcolatore mi ha aiutato molto ad
affinare l’udito e a sviluppare l’apparato percettivo. Infatti sono convinto
che l’elettronica e i mezzi con i quali si opera sia l’ideale per un utilizzo
didattico atto proprio allo sviluppo della percezione per mezzo di segnalazioni
immaginifiche; si creano immagini sonore nella mente del bambino per
associazioni. Il senso uditivo si pone sullo stesso piano di quello visivo. Ogni volta che ho proposto delle esperienze simili ho
sempre riscontrato un grande entusiasmo e credo che continuerò a riproporre
queste idee.
So che quest’estate andrai a seguire i corsi di
perfezionamento di Darmstadt. Cosa ti ha spinto a questa scelta? Sai qualcosa
di quali caratteristiche abbiano assunto negli ultimi anni rispetto alla loro
fase storica? Perché ritieni ancora importante fare questa esperienza?
Anch’io come certe persone, sempre meno per la verità,
devo avere sette o otto sensi. Tra questi vi è senz’altro il senso della
mancanza. Quella sensazione di continuo vuoto, di assenza, accompagnato
sistematicamente dall’insofferenza e dalla consapevolezza dell’impossibilità, almeno
per ora, di decifrare pienamente le formazioni più profonde dell’inconscio. Il senso della mancanza mobilita l’esigenza di
conoscenza, di scoperta, di individuazione dei confini entro i quali la
creatività opera. Per colmare queste necessità ho bisogno di sapere in quale
direzione il mondo musicale contemporaneo si proietta e se sta espandendosi o
contraendosi; certamente non per seguire la direzione del vento, so dove
scavare, ma per verificare fino a che punto mi allontano dal nucleo. Ho deciso di frequentare i Ferienkurse di Darmstadt
(partirò fra qualche giorno) poiché sono convinto che sia ancora il luogo
ideale per le mie osservazioni, la cartina al tornasole dello stato della
musica contemporanea oggi, almeno per buona parte di essa. In passato ho
seguito altri corsi e seminari inerenti la musica ma mai di queste dimensioni,
sia per il numero di iscritti (quest’anno ci saranno poco meno di trecento
persone fra compositori, strumentisti e musicologi provenienti da tutti i
continenti) che per la qualità dei docenti. Non mi attendo grandi scoperte e
nemmeno lezioni indimenticabili nonostante, come detto, i docenti siano di alto
livello ma, già conosciuti e soppesati, i più; il periodo genuino e “felice” di
Nono, Maderna e Stockhausen è definitivamente tramontato. Al contrario
assisterò a scenari poco ortodossi da parte di iscritti lacchè disposti a tutto
pur di ottenere un’esecuzione o un contratto editoriale. È una piaga che
puntualmente si verifica ad ogni corso. Al mio ritorno, se lo vorrai, ti imbastirò un resoconto.
Frequenti a Milano gli ambienti della musica
contemporanea, o comunque condividi questo interesse con amici o conoscenti?
Come ti confronti con persone che a loro volta si interessano a queste cose?
A Milano, come altrove, non frequento più alcun
ambiente dedicato alla musica contemporanea. Sono deluso e amareggiato dalla
brutta piega che è andata consolidandosi negli ultimi anni. Vige l’accademismo, anche ben fatto ma, in quanto tale,
sterile. Specialmente in Italia i pochi spazi disponibili per un genuino
scambio di pensiero sono usurpati dagli epigoni. Non c’è possibilità di immettere aria fresca nel
putridume. Ormai la musica si è adagiata su stilemi consolidati. Non
intende andare oltre. Forse per paura di svelare la propria incapacità, la
propria debolezza e inutilità? Sicuramente, questa situazione per i capo
mandria è comoda e non c’è da meravigliarsi se il paesaggio è paludoso e non
tira nemmeno un alito di brezza fresca. Fortunatamente persone che guardano oltre, che hanno il
coraggio di superare i confini ci sono;
non solo in campo musicale. Purtroppo sono degli isolati.
Intervista
curata da Laura Montingelli, agosto 2006
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