Arti - Andrea Pedrazzini

 

 

       
 

 


      

          

       

          

       

      


 
 

-- Questa serie di tue opere recenti, qui presentate, rappresenta un'altra faccia del tuo variegato lavoro d'artista. Come nasce una "Nebula" e qual è l'intimo processo dal quale scaturiscono queste tue silenziose opere?

Ogni singola “Nebula” è prima di tutto il frammento di un progetto. Il mio lavoro artistico trova senso - prima di tutto - nell’idea stessa di progetto, cioè nell’attitudine paradossale di costruire e tenere in piedi un’architettura ideale impossibile, di sistematizzare le eccezioni (come facevano i Patafisici), di catalogare e mettere in fila ciò che in realtà non può non sfuggire ad ogni classificazione sensata. Non riuscirei mai a realizzare un disegno od un qualsiasi intervento artistico che non facesse parte di una “serie”, di una complicata processione di varianti e di piccoli, successivi spostamenti di senso. L’arte è il senso ( o l’informazione visiva o…) che –silenzioso come un animale notturno – semplicemente si sposta. Da qui va lì. Da un sussurro passo ad un altro sussurro: lo spostamento, il ponte analogico che si stabilisce tra partenza ed arrivo, quello è l’opera d’arte… La collezione delle varianti è allora per me il senso profondo del fare arte; parlo di bagliori o sussurri seguiti da altri bagliori o sussurri, che poi – raccolti, così come si raccolgono le foglie d’autunno – si aggregano in un’opera, una qualsiasi, una che è un pezzetto della storia interminata, foglia tra le foglie, ma che custodisce una specie di piccola luce accesa: un inizio di senso…l’arte è l’astuzia di Pollicino e - insieme - è la nominazione perpetua del mondo da parte di Adamo; dentro il bosco non-narrativo e labirintico del mondo o, meglio, camminando sul suo tappeto di foglie, ogni tanto riconosco un ammasso, un segnale intravisto, un brano di senso che si sta formando e, riconoscendolo, lo ricreo. Lo salvo dall’afasia o dallo strepito di folla, perché lo inserisco in un brandello di frase, che è la “serie”, il progetto che dà senso al tempo. La mia arte è fatta di tempo che si mostra.

Ogni Nebula (che in concreto è un intervento, talvolta sviluppato in tempi diversi, a colori acrilici su carta stampata ) nasce da questa sorta di riconoscimento, di incontro (casuale) dello sguardo con un frammento di senso involontario, nascosto o implicito. Eppure, se è vero che la serie spiega il dopo con il prima ( e più ancora con il durante ), se è vero che ogni tassello riceve significato dall’insieme immaginato, è anche vero che il riconoscimento avviene per spalancamento d’occhi e sobbalzo di pensiero, per via cioè di meraviglia: ogni singola Nebula tende al meraviglioso. La meraviglia da “Nebule” è però da intendersi nella sua forma primigenia, come stupore atterrito di fronte a ciò che vive senza di me, di fronte all’irriducibilità radicale di un’altra presenza nel mondo che mi guarda.
Dunque l’artista è un raccoglitore, un collezionista di sguardi e le “Nebule” sono i frammenti di una sua collezione, una collezione senza capo né coda ma anche intrisa di emozione fino alla cianosi da ritenzione d’aria…
Gli altri miei progetti, in particolare il “De Bestiarum Naturis” ( 999 tavole a china di animali fantastici) e i “Disegni del Penultimo” (disegni a grafite su carta), seguono una logica simile. Il DBN poi, iniziato nel 2000 ed arrivato a circa un terzo del suo percorso, esplora in profondità non solo i meccanismi che, a partire dalla tarda antichità, hanno presieduto all’ideazione-variazione degli animali fantastici, ma ancor più esplora l’idea stessa di “serie” che cresce sulle varianti, cercando di verificare visivamente l’insufficienza del primo che diventa senso forte dell’ultimo, il feedback dell’ultimo che rinomina il primo. Insomma, nelle mie opere, in un certo modo, c’è più pensiero che visibile…Anche i “Disegni del Penultimo” sono una serie ma in modo differente: si tratta di un’esplorazione libera, senza uso di mappe mentali o mete da raggiungere, della analogia; guardo cosa succede, insomma, dentro una serie lunga e complessa di disegni consecutivi, dove un disegno genera l’altro ( da qui l’idea di Penultimo, cioè di quasi-fine ) e dove l’insieme – forse – genererà un senso per leggere l’intera opera.

Ma i “Disegni del Penultimo” sono principalmente un libro. Per costruire una serie sbilenca, procedendo a tentoni, ho spesso bisogno di una cornice più forte, altrimenti volerei via al primo alito di vento o alla prima nostalgia di pigrizia. Il libro è l’oggetto/cornice che mi rassicura, perché permette ogni viaggio ( autentico ) ed ogni ritorno ( Illusorio ). Adoro fare libri, libri d’artista…libri che siano avventure tra loro diversissime, usando i pennini, gli acrilici, il computer, mescolando qualsiasi tecnica con qualsiasi materiale o cercando il rigore di un’astrazione concettuale, di una singola frase perfetta.. Tutto mi appartiene ed io appartengo a tutto. Ma questa appartenenza al tutto è una scelta profonda e necessaria; non c’entra con una superficialità eclettica o con una attitudine “piccolo-barocca”: piuttosto nasce dalla ricerca rigorosa, dal bisogno di dare un senso profondo a ciò che faccio. Un senso che viaggi sotto lo stile e sotto le tecniche. Credo poi che questo senso sotterraneo nasca un bisogno etico o di eticità anche nell’arte e nella comunicazione…

-- Una delle caratteristiche che ti appartiene, è l'amore e la pratica della poesia; questo luogo virtuale nasce
proprio dal desiderio nostro di avvicinare quanto più possibile queste due discipline artistiche. Quale
interazione si crea nel tuo lavoro tra questi due diversi e infiniti riferimenti?


Infiniti? Sì, infiniti…ma solo nel senso che la ripetizione seriale delle varianti, che sostanzia la mia arte. come nella musica minimale non tende a creare una fine del processo ma anzi tende a sviluppare il processo creativo, ad ingigantirlo, variandolo all’infinito. Insomma io non credo in una poesia che tenda o ricerchi l’infinito, in nessun senso. Lo trova solo come necessaria moltiplicazione di variazioni. Credo, anzi, che le peggiori truffe (e non solo in arte ) si basino proprio sulla grande seduzione dell’infinito, del destino eccezionale o del misterioso, del capolavoro inarrivabile o dell’ispirazione oltreumana. Mi sono lontanissimi coloro che si sentono messaggeri di queste idee e che sono invasati dall’arte…Io invece penso all’arte come ad un problema meraviglioso ma doloroso, una difficoltà che ho con me stesso e con il mondo…Odio l’arte innocuamente “spirituale”, così come odio la poesia innamorata di se stessa, narcisista; non concepisco l’idea che si possa fare arte senza portarsi dietro, e dentro, un’idea profondamente tragica della vita. Parlo di attitudini, ovviamente, e non di stili o tecniche…L’artista per me è prima di tutto un intellettuale consapevole e non un invasato o un prescelto. Non è un sacerdote della bellezzaconsolatrice ma un sop-portatore di dolore, che lo elabora anche attraverso la bellezza.
In questo senso, soprattutto nell’ultimo periodo, mi sento di applicare la scrittura a dei progetti artistici complessi, magari all’interno delle opere delle Buioproduzioni o nella redazione di un libro o altro…Le “Nebule” sono in realtà degli scrigni per parole, veicolate da bagliori e colori…

Il rapporto tra visivo e verbale è per me, che vengo anche dal mondo dell’illustrazione, estremamente stimolante e fertile. Riuscire a produrre oggetti visivi creativi capaci di contenere o di conservare dei testi verbali altrettanto creativiè un obbiettivo costante della mia arte, forse ne è il nucleo più caldo: disegno o produco oggetti per conservare delle parole, delle frasi che altrove non avrebbero senso…i miei disegni e le installazioni delle Buioproduzioni sono delle macchine visive che permettono la sopravvivenza di parole…
Certo, talvolta un testo poetico nasce dopo che l’opera visiva ha già preso forma, arriva cioè “in ritardo”; ma anche così il testo trova un senso forte, perché diventa una sorta di seconda chiave di lettura dell’opera, un metatesto sbilenco che allarga la percezione generale dell’opera. Integrata nel visivo, la parola trova una potenza diversa…è come tracciare un sentiero che, per quanto incerto e bifido, si inoltri in un tappeto di foglie …e può anche succedere che la poesia, nata all’interno del progetto per un’opera, prenda una strada diversa e si stacchi dalla sua destinazione, perché riesce a creare senso da sola…


-- Nel 1997 hai fondato con Umberto Parenti il progetto "Buioproduzioni" (www.buioproduzioni.com); vuoi raccontarci da cosa nasce questa vostra collaborazione e più nello specifico di alcuni aspetti che ritieni importanti del vostro lavoro?

La collaborazione con Umberto nelle Buioproduzioni è una avventura straordinaria, anche se spesso problematica e difficile. Un’avventura autentica e profonda, che ci porta a progettare e realizzare opere che nessuno di noi due, separatamente, avrebbe mai immaginato.
Gli aspetti importanti del nostro lavoro sono le singole opere, non più di una quindicina finora, perché le opere delle Buioproduzioni portano con sé un tasso così decisivo di teoria, progettazione e pensiero che ognuna diventa un mondo a parte, con una sua storia individuale. Diventa, per noi, il monumento di un determinato luogo mentale della nostra collaborazione
Realizzare un’installazione è per noi un’operazione così emotiva, intensa e rara che ogni volta sentiamo il bisogno soffertodi ricominciare in qualche modo da zero, di ripensare tutto e di eliminare, per quanto possibile, ogni inerzia creativa.
Anche se Umberto ed io ci diciamo spessissimo che possiamo e dobbiamo lavorare anche con qualsiasi altro materiale, ci ritroviamo sempre a lavorare principalmente con il legno, che è un materiale vivo, caldo, pieno di affetti e storie e che si può lavorare sia con grande precisione sia in modo più grossolano e brutale; è un materiale magnifico. Su di esso la luce scivola dolcemente e si raccoglie in pozze quasi umide di chiarori o crea bagliori in fuga dal buio, schiaffi di visibile e labirinti d’improvvise intuizioni…Come vedi, le nostre installazioni sono dei luoghi dove la luce, timida o sfacciata che sia, si inoltra all’interno, rivela un nucleo caldo che produce senso e affezione e dove lo spettatore, seguendo la luce nei suoi diversi rivoli, scopre lentamente “di cosa è fatta” l’opera, qual è il bandolo della matassa; scoprela luce che, attraverso le forme che rivela e nel modo in cui le rivela, diventa pensiero emozionato…


-- Qual è la tua opinione sull'arte di oggi? Quali artisti del passato recente hai più amato?

Siamo in un’epoca molto stimolante, straordinariamente ricca di arte ma anche straordinariamente povera di ruolo per l’arte; sembra che l’arte, che ovviamente non serve a nulla, abbia per questo perso da lungo tempoogni ruolo sociale che non sia il mercato e l’intrattenimento; l’arte cioè non viene vista come un momento ( anche collettivo ) di lettura creativa del mondo e di apertura di nuovi spazi possibili, ma viene usata cinicamente per fare soldi o superficialmente per di-vertire la gente dal problema del senso…Dunque mi piacciono gli artisti più profondi e riflessivi, capaci di giocare lentamente con l’arte, con la stessa serietà con la quale giocano i bambini… gli artisti capaci di farsi carico del problema del senso, senza delegarlo ad altri (critici o pubblico che siano): Burri e Chen Zen, tanto per cominciare ma anche alcune esperienze dell’arte concettuale, Baruchello e la poesia visiva, ma considero di un passato recente anche le Wunderkammer secentesche, gli incisori del XVIII secolo che, per primi, hanno spezzato la finestra ottica moltiplicando gli spazi interni al disegno ecc.…I riferimenti e gli amati, magari per una sola opera, sono tanti: la mia tradizione visiva è piuttosto complessa e si mescola con autori letterari, con i poeti e le persone che ho conosciuto ed amato…non c’è differenza, sono un unico flusso creativo di memoria…

-- Tornando alla poesia: ti chiedo di introdurci brevemente alla lettura di questo tuo bello e "strampalato" poemetto. Grazie.

E’ un testo nato per fare da colonna sonora ad un’opera delle Buioproduzioni, Il rifugio del bianco, opera che però non è stata ancora realizzata; quasi subito, dopo le prime strofe così cantilenanti, il testo ha cominciato a vivere di vita propria, staccandosi dal progetto dell’installazione e diventando una sorta di lucido delirio profetico, di slancio verboso apocalittico e di ebbra esaltazione da catastrofe…dentro questo delirio, però, si attuano dei processi per cui ogni tanto le parole si combinano in frasi sensate, in ondate ricorsive di parole attaccate al vero che, se anche sprofondano subito in una sorta di magma dislessico, rimangono come echi sotterranei e vengono riprese, variate, commentate fino ad arrivare all’inciampo finale che, nella testarda e drammatica ripetuta, si ferma senza fermarsi, si ferma perché ha toccato l’infinita afasia del mondo…

Intervista curata da Cristiano Mattia Ricci