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Questa serie di tue opere recenti, qui presentate, rappresenta un'altra
faccia del tuo variegato lavoro d'artista. Come nasce una "Nebula"
e qual è l'intimo processo dal quale scaturiscono queste tue silenziose
opere?
Ogni singola “Nebula” è prima di
tutto il frammento di un progetto. Il mio lavoro artistico trova senso
- prima di tutto - nell’idea stessa di progetto, cioè nell’attitudine
paradossale di costruire e tenere in piedi un’architettura ideale
impossibile, di sistematizzare le eccezioni (come facevano i Patafisici),
di catalogare e mettere in fila ciò che in realtà non può
non sfuggire ad ogni classificazione sensata. Non riuscirei mai a realizzare
un disegno od un qualsiasi intervento artistico che non facesse parte
di una “serie”, di una complicata processione di varianti e
di piccoli, successivi spostamenti di senso. L’arte è il senso
( o l’informazione visiva o…) che –silenzioso come un animale
notturno – semplicemente si sposta. Da qui va lì. Da un sussurro
passo ad un altro sussurro: lo spostamento, il ponte analogico che si
stabilisce tra partenza ed arrivo, quello è l’opera d’arte…
La collezione delle varianti è allora per me il senso profondo
del fare arte; parlo di bagliori o sussurri seguiti da altri bagliori
o sussurri, che poi – raccolti, così come si raccolgono le
foglie d’autunno – si aggregano in un’opera, una qualsiasi,
una che è un pezzetto della storia interminata, foglia tra le foglie,
ma che custodisce una specie di piccola luce accesa: un inizio di senso…l’arte
è l’astuzia di Pollicino e - insieme - è la nominazione
perpetua del mondo da parte di Adamo; dentro il bosco non-narrativo e
labirintico del mondo o, meglio, camminando sul suo tappeto di foglie,
ogni tanto riconosco un ammasso, un segnale intravisto, un brano di senso
che si sta formando e, riconoscendolo, lo ricreo. Lo salvo dall’afasia
o dallo strepito di folla, perché lo inserisco in un brandello
di frase, che è la “serie”, il progetto che dà
senso al tempo. La mia arte è fatta di tempo che si mostra.
Ogni Nebula (che in concreto è un intervento,
talvolta sviluppato in tempi diversi, a colori acrilici su carta stampata
) nasce da questa sorta di riconoscimento, di incontro (casuale) dello
sguardo con un frammento di senso involontario, nascosto o implicito.
Eppure, se è vero che la serie spiega il dopo con il prima ( e
più ancora con il durante ), se è vero che ogni tassello
riceve significato dall’insieme immaginato, è anche vero che
il riconoscimento avviene per spalancamento d’occhi e sobbalzo di
pensiero, per via cioè di meraviglia: ogni singola Nebula tende
al meraviglioso. La meraviglia da “Nebule” è però
da intendersi nella sua forma primigenia, come stupore atterrito di fronte
a ciò che vive senza di me, di fronte all’irriducibilità
radicale di un’altra presenza nel mondo che mi guarda.
Dunque l’artista è un raccoglitore, un collezionista di sguardi
e le “Nebule” sono i frammenti di una sua collezione, una collezione
senza capo né coda ma anche intrisa di emozione fino alla cianosi
da ritenzione d’aria…
Gli altri miei progetti, in particolare il “De Bestiarum Naturis”
( 999 tavole a china di animali fantastici) e i “Disegni del Penultimo”
(disegni a grafite su carta), seguono una logica simile. Il DBN poi, iniziato
nel 2000 ed arrivato a circa un terzo del suo percorso, esplora in profondità
non solo i meccanismi che, a partire dalla tarda antichità, hanno
presieduto all’ideazione-variazione degli animali fantastici, ma
ancor più esplora l’idea stessa di “serie” che cresce
sulle varianti, cercando di verificare visivamente l’insufficienza
del primo che diventa senso forte dell’ultimo, il feedback dell’ultimo
che rinomina il primo. Insomma, nelle mie opere, in un certo modo, c’è
più pensiero che visibile…Anche i “Disegni del Penultimo”
sono una serie ma in modo differente: si tratta di un’esplorazione
libera, senza uso di mappe mentali o mete da raggiungere, della analogia;
guardo cosa succede, insomma, dentro una serie lunga e complessa di disegni
consecutivi, dove un disegno genera l’altro ( da qui l’idea
di Penultimo, cioè di quasi-fine ) e dove l’insieme –
forse – genererà un senso per leggere l’intera opera.
Ma i “Disegni del Penultimo” sono principalmente un libro.
Per costruire una serie sbilenca, procedendo a tentoni, ho spesso bisogno
di una cornice più forte, altrimenti volerei via al primo alito
di vento o alla prima nostalgia di pigrizia. Il libro è l’oggetto/cornice
che mi rassicura, perché permette ogni viaggio ( autentico ) ed
ogni ritorno ( Illusorio ). Adoro fare libri, libri d’artista…libri
che siano avventure tra loro diversissime, usando i pennini, gli acrilici,
il computer, mescolando qualsiasi tecnica con qualsiasi materiale o cercando
il rigore di un’astrazione concettuale, di una singola frase perfetta..
Tutto mi appartiene ed io appartengo a tutto. Ma questa appartenenza al
tutto è una scelta profonda e necessaria; non c’entra con
una superficialità eclettica o con una attitudine “piccolo-barocca”:
piuttosto nasce dalla ricerca rigorosa, dal bisogno di dare un senso profondo
a ciò che faccio. Un senso che viaggi sotto lo stile e sotto le
tecniche. Credo poi che questo senso sotterraneo nasca un bisogno etico
o di eticità anche nell’arte e nella comunicazione…
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Una delle caratteristiche che ti appartiene, è l'amore e la pratica
della poesia; questo luogo virtuale nasce
proprio dal desiderio nostro di avvicinare quanto più possibile
queste due discipline artistiche. Quale
interazione si crea nel tuo lavoro tra questi due diversi e infiniti riferimenti?
Infiniti? Sì, infiniti…ma solo nel senso
che la ripetizione seriale delle varianti, che sostanzia la mia arte.
come nella musica minimale non tende a creare una fine del processo ma
anzi tende a sviluppare il processo creativo, ad ingigantirlo, variandolo
all’infinito. Insomma io non credo in una poesia che tenda o ricerchi
l’infinito, in nessun senso. Lo trova solo come necessaria moltiplicazione
di variazioni. Credo, anzi, che le peggiori truffe (e non solo in arte
) si basino proprio sulla grande seduzione dell’infinito, del destino
eccezionale o del misterioso, del capolavoro inarrivabile o dell’ispirazione
oltreumana. Mi sono lontanissimi coloro che si sentono messaggeri di queste
idee e che sono invasati dall’arte…Io invece penso all’arte
come ad un problema meraviglioso ma doloroso, una difficoltà che
ho con me stesso e con il mondo…Odio l’arte innocuamente “spirituale”,
così come odio la poesia innamorata di se stessa, narcisista; non
concepisco l’idea che si possa fare arte senza portarsi dietro, e
dentro, un’idea profondamente tragica della vita. Parlo di attitudini,
ovviamente, e non di stili o tecniche…L’artista per me è
prima di tutto un intellettuale consapevole e non un invasato o un prescelto.
Non è un sacerdote della bellezzaconsolatrice ma un sop-portatore
di dolore, che lo elabora anche attraverso la bellezza.
In questo senso, soprattutto nell’ultimo periodo, mi sento di applicare
la scrittura a dei progetti artistici complessi, magari all’interno
delle opere delle Buioproduzioni o nella redazione di un libro o altro…Le
“Nebule” sono in realtà degli scrigni per parole, veicolate
da bagliori e colori…
Il rapporto tra visivo e verbale è per me,
che vengo anche dal mondo dell’illustrazione, estremamente stimolante
e fertile. Riuscire a produrre oggetti visivi creativi capaci di contenere
o di conservare dei testi verbali altrettanto creativiè un obbiettivo
costante della mia arte, forse ne è il nucleo più caldo:
disegno o produco oggetti per conservare delle parole, delle frasi che
altrove non avrebbero senso…i miei disegni e le installazioni delle
Buioproduzioni sono delle macchine visive che permettono la sopravvivenza
di parole…
Certo, talvolta un testo poetico nasce dopo che l’opera visiva ha
già preso forma, arriva cioè “in ritardo”; ma
anche così il testo trova un senso forte, perché diventa
una sorta di seconda chiave di lettura dell’opera, un metatesto sbilenco
che allarga la percezione generale dell’opera. Integrata nel visivo,
la parola trova una potenza diversa…è come tracciare un sentiero
che, per quanto incerto e bifido, si inoltri in un tappeto di foglie …e
può anche succedere che la poesia, nata all’interno del progetto
per un’opera, prenda una strada diversa e si stacchi dalla sua destinazione,
perché riesce a creare senso da sola…
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Nel 1997 hai fondato con Umberto Parenti il progetto "Buioproduzioni"
(www.buioproduzioni.com); vuoi raccontarci da cosa nasce questa vostra
collaborazione e più nello specifico di alcuni aspetti che ritieni
importanti del vostro lavoro?
La
collaborazione con Umberto nelle Buioproduzioni è una avventura
straordinaria, anche se spesso problematica e difficile. Un’avventura
autentica e profonda, che ci porta a progettare e realizzare opere che
nessuno di noi due, separatamente, avrebbe mai immaginato.
Gli aspetti importanti del nostro lavoro sono le singole opere, non più
di una quindicina finora, perché le opere delle Buioproduzioni
portano con sé un tasso così decisivo di teoria, progettazione
e pensiero che ognuna diventa un mondo a parte, con una sua storia individuale.
Diventa, per noi, il monumento di un determinato luogo mentale della nostra
collaborazione
Realizzare un’installazione è per noi un’operazione così
emotiva, intensa e rara che ogni volta sentiamo il bisogno soffertodi
ricominciare in qualche modo da zero, di ripensare tutto e di eliminare,
per quanto possibile, ogni inerzia creativa.
Anche se Umberto ed io ci diciamo spessissimo che possiamo e dobbiamo
lavorare anche con qualsiasi altro materiale, ci ritroviamo sempre a lavorare
principalmente con il legno, che è un materiale vivo, caldo, pieno
di affetti e storie e che si può lavorare sia con grande precisione
sia in modo più grossolano e brutale; è un materiale magnifico.
Su di esso la luce scivola dolcemente e si raccoglie in pozze quasi umide
di chiarori o crea bagliori in fuga dal buio, schiaffi di visibile e labirinti
d’improvvise intuizioni…Come vedi, le nostre installazioni sono
dei luoghi dove la luce, timida o sfacciata che sia, si inoltra all’interno,
rivela un nucleo caldo che produce senso e affezione e dove lo spettatore,
seguendo la luce nei suoi diversi rivoli, scopre lentamente “di cosa
è fatta” l’opera, qual è il bandolo della matassa;
scoprela luce che, attraverso le forme che rivela e nel modo in cui le
rivela, diventa pensiero emozionato…
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Qual è la tua opinione sull'arte di oggi? Quali artisti del passato
recente hai più amato?
Siamo
in un’epoca molto stimolante, straordinariamente ricca di arte ma
anche straordinariamente povera di ruolo per l’arte; sembra che l’arte,
che ovviamente non serve a nulla, abbia per questo perso da lungo tempoogni
ruolo sociale che non sia il mercato e l’intrattenimento; l’arte
cioè non viene vista come un momento ( anche collettivo ) di lettura
creativa del mondo e di apertura di nuovi spazi possibili, ma viene usata
cinicamente per fare soldi o superficialmente per di-vertire la gente
dal problema del senso…Dunque mi piacciono gli artisti più
profondi e riflessivi, capaci di giocare lentamente con l’arte, con
la stessa serietà con la quale giocano i bambini… gli artisti
capaci di farsi carico del problema del senso, senza delegarlo ad altri
(critici o pubblico che siano): Burri e Chen Zen, tanto per cominciare
ma anche alcune esperienze dell’arte concettuale, Baruchello e la
poesia visiva, ma considero di un passato recente anche le Wunderkammer
secentesche, gli incisori del XVIII secolo che, per primi, hanno spezzato
la finestra ottica moltiplicando gli spazi interni al disegno ecc.…I
riferimenti e gli amati, magari per una sola opera, sono tanti: la mia
tradizione visiva è piuttosto complessa e si mescola con autori
letterari, con i poeti e le persone che ho conosciuto ed amato…non
c’è differenza, sono un unico flusso creativo di memoria…
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Tornando alla poesia: ti chiedo di introdurci brevemente alla lettura
di questo tuo bello e "strampalato" poemetto. Grazie.
E’
un testo nato per fare da colonna sonora ad un’opera delle Buioproduzioni,
Il rifugio del bianco, opera che però non è stata ancora
realizzata; quasi subito, dopo le prime strofe così cantilenanti,
il testo ha cominciato a vivere di vita propria, staccandosi dal progetto
dell’installazione e diventando una sorta di lucido delirio profetico,
di slancio verboso apocalittico e di ebbra esaltazione da catastrofe…dentro
questo delirio, però, si attuano dei processi per cui ogni tanto
le parole si combinano in frasi sensate, in ondate ricorsive di parole
attaccate al vero che, se anche sprofondano subito in una sorta di magma
dislessico, rimangono come echi sotterranei e vengono riprese, variate,
commentate fino ad arrivare all’inciampo finale che, nella testarda
e drammatica ripetuta, si ferma senza fermarsi, si ferma perché
ha toccato l’infinita afasia del mondo…
Intervista
curata da Cristiano Mattia Ricci
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