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Innanzi tutto vorrei che tu mi tracciassi, per sommi capi,
il tuo percorso di avvicinamento all’arte, e mi definissi le
tappe fondamentali
dei tuoi studi artistici.
Il
disegno è stato sempre presente, un gioco serio
dall’infanzia. Ricordo, con un senso di libertà
gioiosa, i grandi pupazzi
bianchi che i miei ci lasciavano tracciare sulle pareti, prima di
reimbiancare;
e la domenica pomeriggio eravamo impegnati a dipingere i fondali per il
nostro
piccolo teatro dei burattini, mentre la radio o il giradischi
trasmetteva buona
musica. Era normale visitare mostre e musei e in casa avevamo libri
d’arte di
buone edizioni: li sfogliavo e immaginavo delle storie. L’ora
di educazione
artistica era sempre al termine della mattinata: dato che fatico a
svegliarmi,
era quella che seguivo con maggior lucidità.
Durante l’estate del
penultimo
anno di liceo, un corso di pittura presso l’Accademia di
Perugia mi ha fatto
capire che il gioco era diventato indispensabile; di seguito
è venuta
l’iscrizione all’Accademia di Brera, i corsi alla
Scuola Internazionale di
Grafica a Venezia, la collaborazione con studi di restauro e
decorazione.
Contemporaneamente ho coltivato la musica ed ora partecipo volentieri
ai
progetti di scrittori, musicisti e compositori.
- Per quali motivi ti sei
dedicata , e ti
dedichi ancor oggi alla pittura astratta? Quali sono le motivazioni
interiori
che ti spingono verso questo tipo di arte, e quali significati
personali e/o
generali che in essa ravvisi?
Spesso
viene definito astratto ciò che in realtà
è
non-figurativo: Giotto è un astrattista formidabile e le sue
figure sono
nitidamente caratterizzate, Burri è un artista non
figurativo e la sua opera è
un inno alla concretezza. Credo che le categorie figurativo e
non-figurativo,
concreto e astratto siano strumenti di catalogazione utili agli
studiosi e alla
critica. Il bisogno di definire e schedare è un falso
problema per chi deve
costruire un oggetto d’arte: può diventare una
gabbia pericolosa, un vischio
per il pensiero, una forzatura intellettuale in cui sentirsi in dovere
di
rientrare…a rischio di perdersi. Quando lavoro preferisco
lasciarmi guidare
dalla necessità: cerco di mettere in gioco quanta
più parte di me mi è
possibile, e con la maggiore intensità che mi è
possibile. Con questo spirito
guardo ad ogni opera d’arte, cercando di cogliere quanto
l’artista ha investito
di sé: sento che è questa la qualità
che traccia il limite tra passatempo e
impegno, tra mestiere e professione, tra edonismo intellettuale ed
espressione.
Ogni artista deve dare libero sfogo alla propria necessità,
trovandole il mezzo
e la forma appropriati: a volte, purtroppo, il tempo di una vita non
basta.
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Parlami dei tuoi approfondimenti sul colore:
Perché questo aspetto della pittura ti interessa
particolarmente?
Tutto
quello che mi circonda, gli oggetti che tocco, io
stessa, gli altri, sono luoghi, porzioni di spazio in cui il colore
è
condensato, si è raggrumato lì almeno per un
po’. Una cosa prima è rossa, poi
la identifico come telefono o altro; un viso è
quell’incarnato o quelle iridi,
poi riconosco la persona. E
il fenomeno continua a variare, con la luce, con la qualità
dell’aria, con il
mio stato d’animo. Perché il colore è
una materia senza confini, mutevole,
inafferrabile: mi illudo di aver capito, di aver agguantato qualcosa,
in realtà
è lui che cattura me. In un momento cado nelle sue trappole
decorative, mi
lascio ammaliano i suoi accordi, costruisco strutture carenti
d’impianto,
sbilancio tutti i pesi dell’immagine: il colore mi scivola
sotto gli occhi e la
composizione crolla come un castello di carte.
Tento
di difendermi studiando…Mi interessa l’aspetto
lirico, ma anche quello percettivo della dinamica di
profondità e di contorni,
della trasparenza: le teorie del colore, anche le più
specificamente tecniche,
sono affascinanti. Il colore respira tutto un suo mondo: per quanto mi
documenti, mi sento sempre solamente sulla soglia di una nuova porta.
Per
fortuna, anche qui, le mie radici sono di sostegno: i periodi in
laguna, a
Venezia, con l’acqua che riflette e raddoppia
l’intensità luminosa; i teleri
enormi dei maestri sui soffitti delle Scuole; le tarsie di marmo sul
pavimento
della Cattedrale e sopra la testa un cielo ininterrotto di metri e
metri quadri
di mosaico d’oro. La mia infanzia è stata una
ubriacatura di colore, di ottima
annata, della qualità migliore.
- Tu
ti dedichi anche allo studio del canto e
alla pratica corale, ed inoltre lavori all’interno di una
struttura musicale in
cui ti occupi nella fattispecie di organizzazione di concerti da
camera. Mi
interessa capire in che rapporto stanno per te arte visiva e musica, e
queste
tue molteplici esperienze artistiche.
Musica
e pittura sono sempre state sorelle per me, non
ricordo un periodo in cui io non le abbia praticate entrambe. Una
volta,
scherzando, ho detto ad un’amica che la pittura mi svuota
l’anima e la musica
me la riempie: non è un’affermazione tanto lontana
dalla realtà. Ho studiato
per anni le ricerche inerenti i rapporti tra suono e colore, un tema
che già
nel Rinascimento affascinava scienziati ed artisti, una serie di
stimoli che
moltiplica all’infinito le possibilità di
espressione. L’intersezione dei
linguaggi e delle tecniche affina la sensibilità di chi
opera, e al pubblico
vengono offerte diverse sfaccettature di uno stesso soggetto,
più conferme di
uno stesso messaggio: il respiro si fa più ampio, la mente
può cogliere il
miracolo delle armonie.
Nel
coro trovo un equilibrio alla solitudine cui la
pittura mi obbliga. Mi piace il lavoro concentrato e appartato, ma mi
entusiasma il gioco di squadra: partecipare ad
un’attività collettiva mi
costringe ad una sana disciplina, mi insegna a convivere, a
confrontarmi e
scontrarmi, ad accettarmi ed accettare, a difendermi ed a godere degli
altri e
delle differenze. In coro ho imparato che esiste sempre un punto di
incontro e
lo si trova, purché si sia impegnati a cercarlo e volerlo,
tutti seriamente,
con la medesima intensità: quando accade non
c’è oro che mi ripaghi
altrettanto. E poi il coro è “la voce del
Fato”: il coro non si tocca.
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Poiché anch’io sono sempre stata affascinata
dalla storia e dalla cultura medioevali, vorrei che tu mi parlassi del
tuo
lavoro più recente, l’installazione realizzata in
settembre presso la Certosa
di Garegnano, che fa riferimento ad alcune tappe della Via Crucis e
propone una
serie di figure di angeli ciascuna delle quali contrassegnata da un
simbolo del
martirio. So che per realizzare questo lavoro ti sei documentata su
testi della
Scolastica, ma vorrei mi parlassi più diffusamente di questa
tua ricerca.
In
realtà l’installazione fa
riferimento alla pratica devozionale delle Arma
Christi, istituita da Papa Gregorio Magno nel VI secolo, abolita nel
Settecento e sostituita dalla Via Crucis, nella forma in uso ancora
oggi. Se ne
trova documentazione abbondante in tutta la storia dell’arte
antica, dalla
medioevale alla barocca: la tipologia dell’Uomo
di dolori, del Cristo in Pietà,
dell’Albero dei Frutti della Passione,
della Schiera celeste degli Armati.
Si
tratta di una forma di
riflessione religiosa sulla Passione, mediante la meditazione sugli
oggetti-simbolo che attraversano il cammino di Cristo,
dall’episodio
dell’Unzione in Betania fino alla Crocifissione e alla
Deposizione. Sono tutte
cose che egli ha maneggiato e visto sin dall’infanzia, che lo
accomunano a qualsiasi
essere umano, esaltando l’aspetto concreto
dell’incarnazione: oggetti che,
nell’ultimo terribile tratto della sua esistenza, gli si
rivoltano contro,
divenendo strumenti per un processo iniquo, una tortura inutile e la
condanna a
morte. Ogni cosa chiede di ricordare il momento in cui è
stata utilizzata,
tutte invitano alla riflessione che può arricchirsi degli
spunti della
narrazione tratta dai testi evangelici, dalle profezie dei brani
biblici, dai
salmi messianici. L’immaginazione dilata il pensiero: la
sosta della
meditazione non ha più un tempo stabilito, come davanti alle
stazioni della Via
Crucis.
Le
Arma Christi
sono il tentativo di conciliare un messaggio colto con una forma
linguistica
accessibile anche alla più semplice delle menti, facendo
leva sulla sua abilità
immaginativa. Acquisire la capacità di dare un senso al
dolore: è il messaggio
salvifico della Croce, che rammenta alla creatura umana il suo ruolo in
disegni
molto più grandi di lei. Le Arma Christi
come il Carroccio di Ariberto: qualunque
sia l’esito della battaglia, cerca con lo sguardo la Croce,
per ringraziare o
per trarre conforto.
Per
quanto riguarda il lavoro di
documentazione, oltre che al patrimonio delle immagini, ho attinto ai
testi
della meditazione bizantina e ortodossa, ai Vangeli canonici e a quelli
apocrifi. E’ un patrimonio sconfinato che
continuerò a visitare, perché il mio
esercito di angeli è ancora lontano dall’essere
completo: gli elenchi contano
una lunga lista di oggetti rappresentabili, l’installazione
crescerà col tempo.
Sarei felice di trovare ogni anno, nella Settimana Santa, una chiesa
ospite per
poter esporre questa milizia, ogni volta arricchita di nuove presenze.
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Cosa ti interessa e ti piace della pittura contemporanea
e dell’arte attuale in generale?
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Cosa pensi dello stato attuale dell’arte in Italia e nel
mondo? Vorrei che tu esprimessi la tua opinione circa la situazione
locale e
globale, e mi dicessi se tutto ciò è di qualche
tuo interesse, o se preferisci
portare avanti il tuo cammino senza riferimenti al presente, magari
invece al
passato. Come ti rapporti a ciò che ti circonda,
artisticamente?
Con
curiosità e con stupore. Viviamo in un mondo dove la
comunicazione è diventata una forma di bombardamento, dove
ciò che un tempo era
permesso a pochi oggi è alla portata di molti. La produzione
artistica attuale
è vastissima: si resta storditi dal caleidoscopio delle
possibilità. Cerco di
non avere pregiudizi, né riguardo ai linguaggi,
né riguardo alle epoche, né
riguardo ai soggetti: c’è sempre da imparare. Nel
mio operare sento la
necessità del rapporto con la materia, non riesco ad
escludere il senso
tattile; sento distanti da me le ultime correnti di video arte e arte
digitale:
barerei se mi costringessi a questi tipi di linguaggio. Tento
però di restare
aggiornata e seguirne le evoluzioni, senza smettere di incontrare e
scontrarmi:
comunque in cerca di lezioni e conferme. MI allontano solo quando vedo
che il
mezzo tecnico è un espediente non giustificato o si
sostituisce al messaggio, o
quando un’opera è così sofisticata che
mi sembra diventi un gioco per mettere
alla prova i sensi dello spettatore, stuzzicando i suoi riflessi, senza
offrire
nulla alla sua anima. Il secolo scorso ha messo sul tappeto il problema
del
linguaggio: una svolta straordinaria, un salto per la coscienza
purché il
linguaggio, divenuto il messaggero di sé stesso, non porti
l’intelletto a
prevalere in quello che per me rimane un “gioco a
tre”: di istinto, di
razionalità, di lirica saldamente bilanciati nel dire. Vivo
il rapporto tra
artista e pubblico come uno scambio, un dialogo silenzioso per superare
i dati
contingenti, anche quelli dell’opera che è la
scusa per dire altro o, meglio,
l’Altro.
Quando
sento parlare di morte dell’arte, di superamento
della pittura, mi chiedo a che cosa ci si riferisca: l’uomo
ha tutti i modi e i
mezzi che crede più opportuni per coltivare la propria
immaginazione, seguirne
i percorsi e costruire narrazioni dei suoi rapporti col mondo. Non mi
sembra
giusto applicare in modo confuso le categorie dell’anima a
quelle
dell’intelletto e viceversa, spacciando le strategie del
mercato e della moda
per criteri operativi di giudizio: questo ingenera solo pregiudizi. Mi
sento
responsabile per le immagini che propongo: credo che gli artisti siano
responsabili del benessere dell’anima collettiva, come i
medici e gli
scienziati lo sono per il corpo, i religiosi e i filosofi per lo
spirito. Credo
che una società civile non possa escludere nessuna di queste
tre componenti
dell’uomo, mentre mi pare che l’anima venga sempre
più trascurata: i guasti
sono sotto gli occhi di tutti, però molto pochi lo notano.
Se si uccidono i
corpi si è accusati di omicidio, ma se si uccidono le anime
non fa nulla,
perché non occupano spazio e muoiono in silenzio, insieme
alla fantasia, all’immaginazione,
al gusto e alla capacità di distinguere la
qualità della vera arte. La Pop Art ci aveva messi in
guardia: la vera arte ha sempre un carattere profetico. Il nostro paese
ha la
materia prima di un’eredità artistica formidabile,
che tutto il mondo ci
invidia, non solo per quantità e qualità di
opere, ma per esempi di
professionalità: purtroppo la nostra incoscienza
è pari solo alla nostra
presunzione.
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Per concludere mi piacerebbe che questa intervista
servisse a dare un’idea della tua, diciamo così,
“visione del mondo”.
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Qual è la tua chiave di lettura del mondo che ti circonda?
L’arte ti ha fornito e ti fornisce delle risposte ad
interrogativi importanti?
È per te una fonte di conoscenza e quindi ti infonde
sicurezza, o piuttosto ti
crea dei dubbi e degli interrogativi in più sul senso
dell’esistenza?
Trovo
il mondo che mi circonda, la realtà visibile come
quella invisibile, affascinante per l’infinita
molteplicità che mi propone. Mi
stupisce la varietà delle specie e dei luoghi che i regni
naturali offrono, mi
sgomenta l’intreccio saldo tra i macro e microcosmi: quando
ci rifletto avverto
l’energia potente nella materia, come un magma che lega
l’universo, e mi prende
un senso di vertigine Provo un timore reverenziale a volte accompagnato
da una grande
felicità e, sempre comunque, la coscienza del pulviscolo e
dell’instabilità di
tutto, di un movimento di trasformazione incessante. L’arte
mi obbliga ad una
percezione più sottile: a leggere i dettagli del contingente
sempre come
inseriti in disegni più grandi, alla costante
contemporaneità di
passato-presente-futuro; mi costringe ad esaminarmi, a misurarmi, a
riflettere,
a meditare: mi dà un compito ed un modo per attraversare la
vita. Spesso penso
agli uomini della preistoria, ai i nostri progenitori incalzati da
preoccupazioni primarie, concrete e repentine, costretti costantemente
a
convivere con paure enormi: eppure l’esigenza di
rappresentare li occupava, li
impegnava, li rassicurava, dava senso alla loro esistenza.
L’impronta della
mano umana, sulla parete di pietra, nel buio delle caverna, mi emoziona
come il
più antico fra i capolavori. Le esigenze mutano, la cultura
si affina, la
tecnologia progredisce, “cambiano le maschere”:
l’impulso primo rimane, come la
prima sillaba.
Intervista curata da Laura Montingelli,
Aprile 2007 | |