Arti - Michela Grienti

 

 

       
 

     

 

 
 
  - Innanzi tutto vorrei che tu mi tracciassi, per sommi capi, il tuo percorso di avvicinamento all’arte, e mi definissi le tappe fondamentali dei tuoi studi artistici.

Il disegno è stato sempre presente, un gioco serio dall’infanzia. Ricordo, con un senso di libertà gioiosa, i grandi pupazzi bianchi che i miei ci lasciavano tracciare sulle pareti, prima di reimbiancare; e la domenica pomeriggio eravamo impegnati a dipingere i fondali per il nostro piccolo teatro dei burattini, mentre la radio o il giradischi trasmetteva buona musica. Era normale visitare mostre e musei e in casa avevamo libri d’arte di buone edizioni: li sfogliavo e immaginavo delle storie. L’ora di educazione artistica era sempre al termine della mattinata: dato che fatico a svegliarmi, era quella che seguivo con maggior lucidità.

Durante l’estate del penultimo anno di liceo, un corso di pittura presso l’Accademia di Perugia mi ha fatto capire che il gioco era diventato indispensabile; di seguito è venuta l’iscrizione all’Accademia di Brera, i corsi alla Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, la collaborazione con studi di restauro e decorazione. Contemporaneamente ho coltivato la musica ed ora partecipo volentieri ai progetti di scrittori, musicisti e compositori.

- Per quali motivi ti sei dedicata , e ti dedichi ancor oggi alla pittura astratta? Quali sono le motivazioni interiori che ti spingono verso questo tipo di arte, e quali significati personali e/o generali che in essa ravvisi?

 
Spesso viene definito astratto ciò che in realtà è non-figurativo: Giotto è un astrattista formidabile e le sue figure sono nitidamente caratterizzate, Burri è un artista non figurativo e la sua opera è un inno alla concretezza. Credo che le categorie figurativo e non-figurativo, concreto e astratto siano strumenti di catalogazione utili agli studiosi e alla critica. Il bisogno di definire e schedare è un falso problema per chi deve costruire un oggetto d’arte: può diventare una gabbia pericolosa, un vischio per il pensiero, una forzatura intellettuale in cui sentirsi in dovere di rientrare…a rischio di perdersi. Quando lavoro preferisco lasciarmi guidare dalla necessità: cerco di mettere in gioco quanta più parte di me mi è possibile, e con la maggiore intensità che mi è possibile. Con questo spirito guardo ad ogni opera d’arte, cercando di cogliere quanto l’artista ha investito di sé: sento che è questa la qualità che traccia il limite tra passatempo e impegno, tra mestiere e professione, tra edonismo intellettuale ed espressione. Ogni artista deve dare libero sfogo alla propria necessità, trovandole il mezzo e la forma appropriati: a volte, purtroppo, il tempo di una vita non basta.

 
- Parlami dei tuoi approfondimenti sul colore: Perché questo aspetto della pittura ti interessa particolarmente?

 
Tutto quello che mi circonda, gli oggetti che tocco, io stessa, gli altri, sono luoghi, porzioni di spazio in cui il colore è condensato, si è raggrumato lì almeno per un po’. Una cosa prima è rossa, poi la identifico come telefono o altro; un viso è quell’incarnato o quelle iridi, poi riconosco la persona. E il fenomeno continua a variare, con la luce, con la qualità dell’aria, con il mio stato d’animo. Perché il colore è una materia senza confini, mutevole, inafferrabile: mi illudo di aver capito, di aver agguantato qualcosa, in realtà è lui che cattura me. In un momento cado nelle sue trappole decorative, mi lascio ammaliano i suoi accordi, costruisco strutture carenti d’impianto, sbilancio tutti i pesi dell’immagine: il colore mi scivola sotto gli occhi e la composizione crolla come un castello di carte.

Tento di difendermi studiando…Mi interessa l’aspetto lirico, ma anche quello percettivo della dinamica di profondità e di contorni, della trasparenza: le teorie del colore, anche le più specificamente tecniche, sono affascinanti. Il colore respira tutto un suo mondo: per quanto mi documenti, mi sento sempre solamente sulla soglia di una nuova porta. Per fortuna, anche qui, le mie radici sono di sostegno: i periodi in laguna, a Venezia, con l’acqua che riflette e raddoppia l’intensità luminosa; i teleri enormi dei maestri sui soffitti delle Scuole; le tarsie di marmo sul pavimento della Cattedrale e sopra la testa un cielo ininterrotto di metri e metri quadri di mosaico d’oro. La mia infanzia è stata una ubriacatura di colore, di ottima annata, della qualità migliore.

 
- Tu ti dedichi anche allo studio del canto e alla pratica corale, ed inoltre lavori all’interno di una struttura musicale in cui ti occupi nella fattispecie di organizzazione di concerti da camera. Mi interessa capire in che rapporto stanno per te arte visiva e musica, e queste tue molteplici esperienze artistiche.

 
Musica e pittura sono sempre state sorelle per me, non ricordo un periodo in cui io non le abbia praticate entrambe. Una volta, scherzando, ho detto ad un’amica che la pittura mi svuota l’anima e la musica me la riempie: non è un’affermazione tanto lontana dalla realtà. Ho studiato per anni le ricerche inerenti i rapporti tra suono e colore, un tema che già nel Rinascimento affascinava scienziati ed artisti, una serie di stimoli che moltiplica all’infinito le possibilità di espressione. L’intersezione dei linguaggi e delle tecniche affina la sensibilità di chi opera, e al pubblico vengono offerte diverse sfaccettature di uno stesso soggetto, più conferme di uno stesso messaggio: il respiro si fa più ampio, la mente può cogliere il miracolo delle armonie.

Nel coro trovo un equilibrio alla solitudine cui la pittura mi obbliga. Mi piace il lavoro concentrato e appartato, ma mi entusiasma il gioco di squadra: partecipare ad un’attività collettiva mi costringe ad una sana disciplina, mi insegna a convivere, a confrontarmi e scontrarmi, ad accettarmi ed accettare, a difendermi ed a godere degli altri e delle differenze. In coro ho imparato che esiste sempre un punto di incontro e lo si trova, purché si sia impegnati a cercarlo e volerlo, tutti seriamente, con la medesima intensità: quando accade non c’è oro che mi ripaghi altrettanto. E poi il coro è “la voce del Fato”: il coro non si tocca.

 
- Poiché anch’io sono sempre stata affascinata dalla storia e dalla cultura medioevali, vorrei che tu mi parlassi del tuo lavoro più recente, l’installazione realizzata in settembre presso la Certosa di Garegnano, che fa riferimento ad alcune tappe della Via Crucis e propone una serie di figure di angeli ciascuna delle quali contrassegnata da un simbolo del martirio. So che per realizzare questo lavoro ti sei documentata su testi della Scolastica, ma vorrei mi parlassi più diffusamente di questa tua ricerca.

 
In realtà l’installazione fa riferimento alla pratica devozionale delle Arma Christi, istituita da Papa Gregorio Magno nel VI secolo, abolita nel Settecento e sostituita dalla Via Crucis, nella forma in uso ancora oggi. Se ne trova documentazione abbondante in tutta la storia dell’arte antica, dalla medioevale alla barocca: la tipologia dell’Uomo di dolori, del Cristo in Pietà, dell’Albero dei Frutti della Passione, della Schiera celeste degli Armati.

Si tratta di una forma di riflessione religiosa sulla Passione, mediante la meditazione sugli oggetti-simbolo che attraversano il cammino di Cristo, dall’episodio dell’Unzione in Betania fino alla Crocifissione e alla Deposizione. Sono tutte cose che egli ha maneggiato e visto sin dall’infanzia, che lo accomunano a qualsiasi essere umano, esaltando l’aspetto concreto dell’incarnazione: oggetti che, nell’ultimo terribile tratto della sua esistenza, gli si rivoltano contro, divenendo strumenti per un processo iniquo, una tortura inutile e la condanna a morte. Ogni cosa chiede di ricordare il momento in cui è stata utilizzata, tutte invitano alla riflessione che può arricchirsi degli spunti della narrazione tratta dai testi evangelici, dalle profezie dei brani biblici, dai salmi messianici. L’immaginazione dilata il pensiero: la sosta della meditazione non ha più un tempo stabilito, come davanti alle stazioni della Via Crucis.

Le Arma Christi sono il tentativo di conciliare un messaggio colto con una forma linguistica accessibile anche alla più semplice delle menti, facendo leva sulla sua abilità immaginativa. Acquisire la capacità di dare un senso al dolore: è il messaggio salvifico della Croce, che rammenta alla creatura umana il suo ruolo in disegni molto più grandi di lei. Le Arma Christi come il Carroccio di Ariberto: qualunque sia l’esito della battaglia, cerca con lo sguardo la Croce, per ringraziare o per trarre conforto.

Per quanto riguarda il lavoro di documentazione, oltre che al patrimonio delle immagini, ho attinto ai testi della meditazione bizantina e ortodossa, ai Vangeli canonici e a quelli apocrifi. E’ un patrimonio sconfinato che continuerò a visitare, perché il mio esercito di angeli è ancora lontano dall’essere completo: gli elenchi contano una lunga lista di oggetti rappresentabili, l’installazione crescerà col tempo. Sarei felice di trovare ogni anno, nella Settimana Santa, una chiesa ospite per poter esporre questa milizia, ogni volta arricchita di nuove presenze.

 
- Cosa ti interessa e ti piace della pittura contemporanea e dell’arte attuale in generale?

- Cosa pensi dello stato attuale dell’arte in Italia e nel mondo? Vorrei che tu esprimessi la tua opinione circa la situazione locale e globale, e mi dicessi se tutto ciò è di qualche tuo interesse, o se preferisci portare avanti il tuo cammino senza riferimenti al presente, magari invece al passato. Come ti rapporti a ciò che ti circonda, artisticamente?

 
Con curiosità e con stupore. Viviamo in un mondo dove la comunicazione è diventata una forma di bombardamento, dove ciò che un tempo era permesso a pochi oggi è alla portata di molti. La produzione artistica attuale è vastissima: si resta storditi dal caleidoscopio delle possibilità. Cerco di non avere pregiudizi, né riguardo ai linguaggi, né riguardo alle epoche, né riguardo ai soggetti: c’è sempre da imparare. Nel mio operare sento la necessità del rapporto con la materia, non riesco ad escludere il senso tattile; sento distanti da me le ultime correnti di video arte e arte digitale: barerei se mi costringessi a questi tipi di linguaggio. Tento però di restare aggiornata e seguirne le evoluzioni, senza smettere di incontrare e scontrarmi: comunque in cerca di lezioni e conferme. MI allontano solo quando vedo che il mezzo tecnico è un espediente non giustificato o si sostituisce al messaggio, o quando un’opera è così sofisticata che mi sembra diventi un gioco per mettere alla prova i sensi dello spettatore, stuzzicando i suoi riflessi, senza offrire nulla alla sua anima. Il secolo scorso ha messo sul tappeto il problema del linguaggio: una svolta straordinaria, un salto per la coscienza purché il linguaggio, divenuto il messaggero di sé stesso, non porti l’intelletto a prevalere in quello che per me rimane un “gioco a tre”: di istinto, di razionalità, di lirica saldamente bilanciati nel dire. Vivo il rapporto tra artista e pubblico come uno scambio, un dialogo silenzioso per superare i dati contingenti, anche quelli dell’opera che è la scusa per dire altro o, meglio, l’Altro.

Quando sento parlare di morte dell’arte, di superamento della pittura, mi chiedo a che cosa ci si riferisca: l’uomo ha tutti i modi e i mezzi che crede più opportuni per coltivare la propria immaginazione, seguirne i percorsi e costruire narrazioni dei suoi rapporti col mondo. Non mi sembra giusto applicare in modo confuso le categorie dell’anima a quelle dell’intelletto e viceversa, spacciando le strategie del mercato e della moda per criteri operativi di giudizio: questo ingenera solo pregiudizi. Mi sento responsabile per le immagini che propongo: credo che gli artisti siano responsabili del benessere dell’anima collettiva, come i medici e gli scienziati lo sono per il corpo, i religiosi e i filosofi per lo spirito. Credo che una società civile non possa escludere nessuna di queste tre componenti dell’uomo, mentre mi pare che l’anima venga sempre più trascurata: i guasti sono sotto gli occhi di tutti, però molto pochi lo notano. Se si uccidono i corpi si è accusati di omicidio, ma se si uccidono le anime non fa nulla, perché non occupano spazio e muoiono in silenzio, insieme alla fantasia, all’immaginazione, al gusto e alla capacità di distinguere la qualità della vera arte. La Pop Art ci aveva messi in guardia: la vera arte ha sempre un carattere profetico. Il nostro paese ha la materia prima di un’eredità artistica formidabile, che tutto il mondo ci invidia, non solo per quantità e qualità di opere, ma per esempi di professionalità: purtroppo la nostra incoscienza è pari solo alla nostra presunzione.

 
- Per concludere mi piacerebbe che questa intervista servisse a dare un’idea della tua, diciamo così, “visione del mondo”.

- Qual è la tua chiave di lettura del mondo che ti circonda? L’arte ti ha fornito e ti fornisce delle risposte ad interrogativi importanti? È per te una fonte di conoscenza e quindi ti infonde sicurezza, o piuttosto ti crea dei dubbi e degli interrogativi in più sul senso dell’esistenza?

 
Trovo il mondo che mi circonda, la realtà visibile come quella invisibile, affascinante per l’infinita molteplicità che mi propone. Mi stupisce la varietà delle specie e dei luoghi che i regni naturali offrono, mi sgomenta l’intreccio saldo tra i macro e microcosmi: quando ci rifletto avverto l’energia potente nella materia, come un magma che lega l’universo, e mi prende un senso di vertigine Provo un timore reverenziale a volte accompagnato da una grande felicità e, sempre comunque, la coscienza del pulviscolo e dell’instabilità di tutto, di un movimento di trasformazione incessante. L’arte mi obbliga ad una percezione più sottile: a leggere i dettagli del contingente sempre come inseriti in disegni più grandi, alla costante contemporaneità di passato-presente-futuro; mi costringe ad esaminarmi, a misurarmi, a riflettere, a meditare: mi dà un compito ed un modo per attraversare la vita. Spesso penso agli uomini della preistoria, ai i nostri progenitori incalzati da preoccupazioni primarie, concrete e repentine, costretti costantemente a convivere con paure enormi: eppure l’esigenza di rappresentare li occupava, li impegnava, li rassicurava, dava senso alla loro esistenza. L’impronta della mano umana, sulla parete di pietra, nel buio delle caverna, mi emoziona come il più antico fra i capolavori. Le esigenze mutano, la cultura si affina, la tecnologia progredisce, “cambiano le maschere”: l’impulso primo rimane, come la prima sillaba.

Intervista curata da Laura Montingelli, Aprile 2007